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XXIII

Fornito il favellar, cinto di brando Così sen va, ch'a pena segna il suolo; Falcon men pronto alza le ciglia, quando Il buon maestro gli discioglie il volo; Rimansi Cassinice, e sospirando Giù per le guancie ella rinversa il duolo, E fin ch'appare intentamente il guarda, Poscia a le stanze ritornar non tarda.

XXIV

In tanto de le trombe al suono acuto, Sì tosto che di Febo è sorto il lume, Folco dei fieri acciar non fa rifiuto, Intrepido de' vecchi oltra il costume; Copre di nobil'elmo il crin canuto, Cui sopra fan cimier candide piume, Onde scosse da l'aure a l'altrui vista Non più vaghezza, che terror s'acquista.

XXV

Occupa il colmo, e tra le penne ascosa Siede sirena a riguardar tranquilla; D'ambo i lati sul mar sorge spumosa Fra mostri latrator Cariddi, e Scilla; E l'aspre belve, e più la piaggia ondosa Lunge di gemme e di tesor sfavilla, E vibra intorno rai tra vampe accese Di perle e di diamanti, altiero arnese. */ /*

XXVI

Portollo Armadio; ei de' ladroni avari Già fu gran duce, e l'albergò Cirene, Ove auree spoglie de' predati mari Solea spiegar su le sicure arene; Folco scelto campion contra i corsari, Vincitor di costui troncò le vene, E diede i membri sparsi al mar profondo, Ed alzò su l'antenne il teschio immondo.

XXVII