I legni armati, onde patì gran scempi Per lungo spazio de' Cristiani il regno, A Rodi ei trasse, singolari essempi Ad infiammar l'altrui guerriero ingegno; Le vinte insegne ei ne fe' dono a i tempi Perchè di sua pietà fossero segno, Ma l'alterezza de l'elmetto egregio Appo sè riservò, come suo pregio.
XXVIII
Di questo armossi immantenente, e crebbe La sembianza real col gran cimiero; Poi diede ai braccio immenso scudo, e l'ebbe. Dal Re che di Bizanzio avea l'impero; Per favella mortal mal si potrebbe Narrar di quel metallo il magistero; Il buon Bronzin, cui di tale arte lece Corre ogni allor, con ogni studio il fece. */ /*
XXIX
Porsenna in arme la città di Marte Con numerose squadre ivi circonda; Rompe i legami, e tra le guardie sparte Viensene Clelia a la paterna sponda, La magnanima vergine con arte De la mano e del piè percote l'onda, E sospende per l'aria il crin lucente, E soggioga il furor del gran torrente.
XXX
Non lunge Orazio altier, perchè non cada Sotto rio stuol di regnator perverso, Solo sul ponte a la natia contrada Scudo si fa contra il furore avverso; Lui ricerca ogni lancia ed ogni spada, In lui d'ogni arco è 'l saettar converso; A lui vola ogni pietra, ed ei non teme Piaga, nè morte, e formidabil freme.
XXXI
Tal fa lo scudo; ed a gli umani sguardi Vibrare armi lo stuol, ch'ivi fremea, Splendere il foco, trasvolare i dardi, E il fiume in corso mormorar parea; Poscia i suoi fidi ad arrecar non tardi La spada fur, che 'n reverenza avea, E cui sacrò con venerabil mano L'alto, che pastor siede in Vaticano. */ /*