Ma le parole, e de' lor duci i volti, E del grande Ottoman gli alti sembianti, E cotanti stendardi a l'aura sciolti, E 'l suon de l'armi, e de le trombe i canti, Possono sì, ch'a la temenza tolti E fanti e cavalier spingonsi avanti, Nè sul campo i Cristiani han tardo il piede, E già fra loro il suoi sparir si vede.

LVIII

Oltra misura coraggiosi e crudi Par che con ali a piè ciascun s'affretti; E nel primiero incontro urtansi scudi, Percotonsi corazze, apronsi elmetti; E quinci insanguinando i brandi ignudi Sforzansi penetrar per entro i petti Profondamente, e ne la furia immensa Ciascun minaccia, e sul morir non pensa.

FINE DEL XII CANTO.

ANNOTAZIONI

AL CANTO XII.

In quattro parole ne ha racchiuso l'argomento il Poeta medesimo: «Nel XII fassi battaglia fra Turchi e fra Rodiani.»

Nella st. 28 per indicare l'Imperatore di Costantinopoli, si dice—il Re che di Bisanzio avea l'impero—Spiace al Cav. d'Urfè questo titolo di Re dato ad un Imperatore, dicendo che i titoli si possono accrescere, non già scemare; ma è censura troppo sottile; nè un canto poetico è un diploma.

Meno spregevole è l'osservazione che siegue: «Les armes d'Ottoman sont descrittes trop au long et les choses qu'il y met ne sont d'aucune substance pour le poeme, estant presque touttes des fables et choses assez triviales.» Per altro nella stampa, la descrizione delle armi non empie quattro stanze, e perciò non può dirsi troppo lunga; e se non è di sostanza, è d'ornamento al poema. È vero che anche il cavallo e gli arnesi che il coprono e l'adornano, hanno qui la propria descrizione; ma questa similmente è breve, e i versi sono bellissimi.

Aggiunge il critico una più severa osservazione, che daremo succintamente, perchè il poema stampato in questa parte sembra non rispondere esattamente al manuscritto esaminato dal Cav. d'Urfè.