VIII
Allor per gran dolor quasi rabbioso: Celebino empio, ah rio Macon, dicea; Non Dio, ma se pur Dio, Dio neghittoso, Saziati appien di nostra angoscia rea; Il ferro intanto di ferir bramoso Verso la fronte al gran guerrier scendea Folgoreggiando; ma su l'elmo al fine Non resse in penetrar tempre divine.
IX
In mille scheggie se ne va qual vetro. Spigne allora AMEDEO l'armata mano; E quei dal cor, come ei la trasse indietro, Rivi di sangue disgorgò lontano; Freddo a toccarsi, a rimirarsi tetro Caddeo repente, e fe' sonare il piano Qual alto pin, ch'al fulminar trabocchi, E morte oscura gli volò ne gli occhi.
X
In sì forte tumulto oltre si spigne Sinan da Tarfe già canuto in guerra, Cresciuto in su le ripe, onde si strigne Ermo, che ricco d'or sì nobile erra; AMEDEO con lo scudo il risospigne Feroce urtando, e quei trabocca in terra; Ivi AMEDEO l'impiaga, ove è diviso L'un ciglio e l'altro, e quei rimansi anciso.
XI
Giunge Chendemo; ei già felice albergo Faceva in Tarso ove pescar solea, Poscia bramoso d'or vestendo usbergo In se provò, s'avara voglia è rea; Ratto per l'alta man trafitto il tergo Ei ferma il piè, che sì leggier correa; Ma nol fermava il vincitor, che forte Caraman fere, e lo conduce a morte.
XII
Allunga il braccio, e la temuta spada Interna fier ne la sinistra tempia, E spezza l'osso, e per sanguina strada Va nel cerebro, e tutto il cranio scempia; Forza è, che l'infelice a terra cada E del nemico i desiderj adempia; Or quì freme Megera, e 'n fier furore Rugge di rabbia e infellonisce il core.