XXVIII
Posta in sua libertà via più s'accende, E salvo che diletti, altro non pensa; Infra giochi, e fra danze il giorno spende, E fra vin generosi a nobil mensa, Ma l'ore che nel ciel Febo non splende Fra delizie più care ella dispensa; Sì fatte leggi io prescriveva a Carme, Quando Ottoman sonò la tromba a l'arme.
XXIX
Sotto l'insegne del signor feroce La fiera gioventù mosse le piante, Nè fra 'l comune ardor manco veloce Volle mostrarsi di costei l'amante; Ella percossa di cordoglio atroce Sparse caldi sospir, cangiò sembiante, Stracciò le chiome d'or con dura mano, Fece preghi e lamenti, e tutto in vano.
XXX
Poichè piegar non valse i rei pensieri Troppo ostinati a la crudel partita, Mi scongiurò, che tra' Rodian guerrieri Prendessi a guardia così nobil vita; Io gliene diedi fè. Duci, nocchieri Godono il vento ch'a partire invita; Giungesi in Rodi, e quì fra tanti ancisi Vivo lo conservai, come promisi.
XXXI
Ma poco dianzi, quasi ria tempesta, AMEDEO forte a nostri danni è sorto, E per entro la strage atra e funesta Il mio fedel, come tu vedi, è morto. Non mi dannar s'io fremo; in questa testa Per me si perde non leggier conforto, Così pronto e veloce ei trascorrea Ad ogni atrocità, quando il movea.
XXXII
E forse lei, che di costui fia priva Incontra me s'infiammerà di sdegno, E de' consigli miei venuta schiva Ad opre oneste volgerà l'ingegno: Ah pera il dì, che su la Rodia riva Ottoman venne a dilatar suo regno, Sì dicea con parole aspre e dogliose A Belial; ma Belial rispose: