XXXIII
E che sento io? che di tua bocca ascolto? Quale è tuo cor, chè sì trascorre ed erra? Devesi altri turbar poco, nè molto Quando un guerreggiator trabocca in guerra? Il tuo fedel, che da la vita è tolto, Pur nostro servo ne riman sotterra Sposto a le fiamme eterne ed a i martiri; Or non son questi alfin nostri desiri?
XXXIV
Carme tosto saprà torsi ai tormenti, E nudrendo nel cor novella arsura Diverrà vaga d'amator viventi Schernendo di costui la sepoltura; In van teco vaneggi, in van paventi, L'impudicizia sua troppo è secura; Se co' stimoli tuoi punto la desti, Farai caderla in più malvagi incesti.
XXXV
Or le memorie lor copri d'obblio; Ed incontro al valor de i campi avversi Aggiungi i tuoi furori al furor mio A pro de' Turchi, che sen van dispersi. Megera di salvarli ebbe disio, E verso l'Oceano hagli conversi; Ma per la fuga lor, come si vede, L'orribile AMEDEO non ferma il piede.
XXXVI
Su, movi, e dispieghiamo ali leggiere Là 've stan d'Ottoman legni infiniti, Ed a raccor le fuggitive schiere Lievi battelli raduniamo a i liti. Così sen vanno; in tanto aste e bandiere, Torme di cavalier spenti e feriti Cadean sul piano, e si vedeano in corso Molti destrier senza rettor sul dorso.
XXXVII
Più nulla tromba con la voce orrenda L'aria dintorno altieramente scuote; E perchè de le turbe il cor s'accenda Gli aspri tamburi nulla man percote. Gridano i duci; ma non è ch'attenda Alcun guerriero a l'animose note; I cor tremanti, impalliditi i volti, E son tutti a la fuga i piè rivolti.