XLIII

Quì fatto singolar d'alto sapere, Le glorie sue presso ciascun son note; Costui simiglia il mostro, e tra le schiere Del morto Turacan trova il nipote; Giovin superbo, che le chiome ha nere, E che di negro pelo empie le gote, E ch'orgoglioso, e che soverchio osando Non tende l'arco, e non si cinge il brando.

XLIV

Sol fra le turbe e fra l'orror di Marte Con fulgida bipenne entra in battaglia, Che parte punge orribilmente, parte Con sottil filo orribilmente taglia; Sparso il ferro è di fregi e tale è l'arte Che d'altre arme il lavor non gli s'agguaglia; Era il manico avorio, e 'n varj modi Ben stelleggiato di dorati chiodi.

XLV

A sì fatto guerrier fassi d'appresso L'atra Megera, e gli dicea: Tirinto, In questo giorno da l'infamia oppresso Il nostro pregio rimarrassi estinto. Io mi credea, che 'l Rodïan concesso A noi fosse oggi incatenato e vinto, E con le turbe lor spente e mal vive Saldare il danno de le patrie rive.

XLVI

Ma noi fuggiamo, e femminil spavento N'empie le vene, e tutto il cor n'agghiaccia; Or dove dileguò nostro ardimento? Non abbiam spirto in sen? non abbiam braccia? Mira la forza de l'orribil vento, Ch'al nemico crudel percote in faccia, È soccorso del ciel; stringiam la spada, Ed apriamo a vittoria omai la strada.

XLVII

Così gli disse, e rinfrescogli in petto La rimembranza de l'usato ardire, Onde il prese di guerra alto diletto, E d'acerba vendetta ebbe disire. Già tutto sparso di furor l'aspetto Dentro le ciglia ha le minacce e l'ire, Gonfio di lena il fianco, il piè non tardo, E 'l polso de le man via più gagliardo.