Pronta mettesi in strada, e quando omai Era al seggio real lunge non molto Udì, come del Sol perdendo i rai Il promesso consorte era sepolto; Non sbigottissi, anzi sforzando i guai Del vecchio Autumedon s'offerse al volto; Ed ei vistala tal fece disegno Di dirla erede, e di lasciarle il regno.

XII

Nè fu pentito; ebbe Anacarsi in mano Quinci lo scettro, e con sì gran valore Il resse poi, che sofferirlo strano Non parve a Colco, anzi gli parve onore. Di sua real virtù presso e lontano Si sparse grido, e n'infiammaro il core D'ardentissimo amor principi e regi; Ma si voltò di castitate a i pregi.

XIII

Sdegnò compagni, e solitario letto Era suo voto; i giusti altrui pensieri Onorar con mercede ebbe diletto, E mostrava al malvagio atti severi; Sovente armava di corazza il petto, Ed ergeva su l'elmo alti cimieri, E tra le squadre de' nemici sparte Vibrò vittoriosa asta di Marte.

XIV

Sì fatta donna a navigar si mosse Per approdar la Rodïana foce Sì perchè brama il fiero cor commosse Di farsi nota ad Ottoman feroce, Sì che le piaggie sue spesso percosse La gente altiera da la bianca Croce, La qual veggendo a le vendette esposta, Di profondarla in duol s'era disposta.

XV

Però da' suoi guerrier tolta ogni posa, Scender li fea su l'arenosa riva. Ed ecco che fremente, impetuosa La perversa Tesifone appariva; Da la forma de' manti, onde è pomposa, E da le note, che formarla udiva, Che vien nemica a' Cristian comprende, Onde umane sembianze il mostro prende.

XVI