Tal sen va ratta ove il demon la scorge; Tigre parea, che belle macchie adorna, A' Libici pastor temenza porge S'a far strage d'armento unque ritorna. Ma non però sì vaga in ciel risorge L'alba tra varii fior quando s'aggiorna, Ch'a pregi di costei non ceda molto, Tanta bellezza le fiorisce in volto.

XXII

Dicea la Furia a lusingarle il core: Certamente del cielo alto messaggio Quì de i perigli misurando l'ore Ha prescritti gli spazj al tuo viaggio; Chè 'n mezzo l'armi a dimostrar valore Non ha il popolo nostro oggi coraggio, E ne la mente sua viltà ricopre Del tempo andato le lodevoli opre.

XXIII

Pur col primo apparir di tua sembianza L'afflitto cor gli si farà giocondo; E qual nemico orgoglio? e qual possanza Incontro a te non rimarrassi al fondo? O de' fedeli tuoi salda speranza, Di chi nascesti, onde venisti al mondo? Ma ne richieggio in van, chiaro si vede Ch'alcun nume celeste a noi ti diede.

XXIV

Favellando così, poco lontano Fecesi al campo, ove confuse insieme Fuga prendeano, e da la nobil mano Poco le turbe di salvarsi han speme; Nube di polve sollevar dal piano, E percotere il ciel querele estreme Vede Anacarsi, e ne l'ignobil guerra Aste, ed insegne ricoprir la terra.

XXV

Quinci parte nel cor s'infiamma d'ira, Parte al popolo vil porge ardimento, E lo conforta e lo minaccia; e mira Alfin, ch'ogni opra va dispersa al vento. Però ne' gran tumulti il ciglio gira Se trova il Duce, onde quel campo è spento, E mentre in varia parte affanna il guardo, Pon su la cocca immedicabil dardo.

XXVI