Dice: signor, ben crederò, che sorga Gran meraviglia nel tuo nobil petto Quando improvviso avvien, ch'oggi tu scorga Donna infra le battaglie al tuo cospetto, Ed avverrà, che via maggior ne porga Il mio pensier, come da me fia detto; Ma fra grandi è ragion, che 'l mondo veggia Cose trattarsi, onde stupir sen deggia.
XXXII
Or di me narrerò: come sia nata, E di che sangue è la notizia oscura, Tuttavia splendo a sommo seggio alzata Figliuola di virtute e di ventura; Mio regno è Colco, e di mia destra armata Con altrui pianto la memoria dura Là per la Scizia, e non cadrà per certo Fin che di guerra non s'invidii al merlo.
XXXIII
Di colà mossi, ed a venir fui presta Ad Ottoman, per travagliar con l'armi L'altiera gente al suo gran scettro infesta, E sì forte signor quinci obbligarmi; Ma tal prodezza in te si manifesta, Che 'l pregio d'Ottomano un sogno parmi, E senza il suo poter la mia possanza Sollevar fino al ciel prendo speranza.
XXXIV
Che s'a' miei regni legge dar non schivi, Ed a me stessa, ove non fia, che 'n terra De' nostri nomi lo splendore arrivi? E di nostre armi lo spavento in guerra? Ove il sol cade, ed ove sorge, quivi Indarno ogni nemico il varco serra, Ch'abbatterassi; e fra' lamenti sparsi Rimireransi nostre insegne alzarsi.
XXXV
Nè come cosa vil per te si spregi Ciò, che da me supponsi al tuo volere; Credi, che me ne fer ben mille Regi Arsi da desiderio alte preghiere, Ed io le rifiutai; titoli egregi, E di vero valor corone altiere Ho fin quì ricercato; or che le trovo, Con alma accesa inverso lor mi movo.