Or che farò? se 'n Colco unqua ritorno, Da quei Regi il mio biasmo ecco cantarsi; Se nel Regno di Rodi io fo soggiorno, Pur oggi i falli miei vi fian cosparsi, Ed udralli Ottoman; cotanto scorno Non è da sofferir per Anacarsi; E se contra il desir stata è mal forte, Emenda farne le convien con morte.

XLVII

Ma perchè m'abbandono? a che non stringo La spada, e volgo il piè su quelle arene? Chè non trovo quell'empio? chè non tingo, Chè non lavo la man ne le sue vene? Misera me, che i miei furor lusingo; Giacciasi estinto, or quale onor men viene? Ella si vendicò, diran le genti, De' suoi non accettati abbracciamenti.

XLVIII

No, no; tutt'altro è in van; solo il morire A tanto affanno, a tanto obbrobrio avanza, Sì freme, e fra l'asprissimo martire Omai di forsennata avea sembianza, Indi con forte piè prende a salire Rupe deserta, che di belve è stanza, Le cui sublimi e solitarie sponde Del mar spumante percotevan l'onde.

XLIX

Quì sta pensosa; e così grida al fine: Deh perchè di Caffà le selve ombrose Già mi salvaro e quelle balze alpine? Ed in quel folto orror le fere ascose Chè non fero di me strane rapine, Allor che la mia vita ivi s'espose? E de le membra con orribil strazio Loro digiun non rimiraron sazio?

L

Ma non è tempo omai da più gir presso A sì fatti pensier; le mie giornate A fin son giunte, o morte, io mi t'appresso, Raccogli tu le membra egre, affannate, E se nume è là giù, cui sia commesso D'un'anima dolente aver pietate, Voglia d'un prego sol farmi contenta, Ed è celarmi altrui poi che io sia spenta.

LI