Ma diceva AMEDEO: costì rimanti, Che la consorte non porrassi intorno Per la vittoria tua pompa di manti, Nè fregierà di treccie il crine adorno; Poscia spirando ardir da i fier sembianti Col sanguinoso acciar trascorre intorno Quasi procella di rio vento, e d'onda Su per le spiche de la messe bionda.
IV
Quinci a Techel, ch'a minacciar s'accinge, La spada volge in ver la bocca; ei stride, Ma la spada adirata gli rispinge Le strida ne la gola, indi l'ancide. Ad Alcanzo la manca, ond'egli stringe L'arco, ch'armava di quadrel, recide; Sì che morta ella casca in sul sentiero, Ed in van duolsi lo storpiato arciero.
V
Poscia in mezzo a la plebe il brando gira, Ed aspre piaghe rinovella e scempi, E dove i meno sbigottiti ei mira Dà con la spada di fortezza essempi; Come procella, quando il ciel s'adira, Le biade abbatte in sul terren de gli empi, Che del gran Dio le leggi hanno in dispregio, Tal rassembrava il cavaliero egregio.
VI
Incontra Ariovisto ei move in guerra; E quei si ferma in minaccioso aspetto, E d'un morto guerrier la picca afferra, E l'aspra punta gli presenta al petto; Da sì feroce ardir, che nel cor serra, Fu tosto il duce a giudicar costretto Ch'era ben prode, onde colpir nol lassa, Ma spezzando la picca il cor gli passa.
VII
Ei crolla; ed Azamor la man gli porge A sostentarlo, e pur trabocca al piano; Ond'ei si volge ad AMEDEO, che scorge Sì minacciar con la terribil mano: Cotanto nel tuo cor d'orgoglio sorge, Che 'l voler d'Ottoman speri far vano; Non sai, come ogni Turco il sangue spanda Pronto a la morte, ove il signor comanda?