Poi che virtute in voi così vien manco, Indarno anco a fuggir siete sì presti; Per Dio non sarà cor, non sarà fianco, Ch'a piè nol mi trafigga, e nol calpesti; Mirate me, se di timor son bianco? Or non fia di voi tutti un, che s'arresti? Sì dicea fra le turbe al mar vicine, Ed incontra AMEDEO si scaglia al fine.
XIX
Lunga zagaglia, che dorata splende, Scuote per l'aria, e violento sprona; Con lo scudo AMEDEO se ne difende, Ch'a le fiere percosse alto risuona, Poscia l'appressa, e su la tempia il fende, Nè, benchè a morte crolli, ei l'abbandona, Ma gli trafora il fianco, e l'alta spada Non cessa insanguinar fin che non cada.
XX
Poi che disteso il vede, e su l'arena Vede, ch'ognun nel mar cerca soccorso, Suoi spirti il vincitor punto non frena, Ma del voto destrier salta sul dorso, E spingesi fra lor; vasta balena, Che per lungo digiun s'avvolge in corso Ne l'immenso Ocean, fa minor scempi, Che d'AMEDEO la forza infra quegli empi.
XXI
Indomito la man, feroce il brando, Fra lampi d'ira fulminoso il ciglio Trascorre intorno su l'arcion notando L'armi, e le membra a riguardar vermiglio, Fracassa i remi, e ne le prore urtando Non lascia alma fuggir senza periglio; E già per entro il mar vedeansi absorti E ferri e spoglie, ed impiagati e morti.
XXII
Qual, se chiudendo in sen ghiaccio rifeo Cui condensa ad ognor l'aspro Boote Con esso Arturo ad infestar l'Egeo Borea le piume formidabil scote; O quale ad atterrar novo Tifeo Fulmine piomba da l'eteree rote, Tal, d'orribili rai sparso l'aspetto, Ei colma a' Turchi di spavento il petto.