Pur nel risco mortal volse la mente A l'alta aita del celeste regno, E MAURIZIO appellò, come possente A ricovrarlo dal periglio indegno; O gran MAURIZIO, le mie membra spente Dunque fian schermo del marin disdegno? Nè tra piaghe d'onor, qual cavaliero, Ma mi morrò, come vulgar nocchiero?

XXIX

Vaglia teco mia fè, vagliano i voti, Ch'a tua somma bontate i miei sacraro. Così pregava il gran Campion, nè voti Preda de la tempesta i preghi andaro; Chiaro di pregi eterni in Ciel ben noti, Ove più di be' rai l'Olimpo è chiaro, Stava MAURIZIO, e d'ogni intorno avea Chiara non men la legion Tebea.

XXX

Per quegli eterni alberghi alma infinita Pace godeva, e ne beava il core, Premio di quel, che ne la mortal vita Fra l'empie man seppe soffrir dolore. Ma ratto a quel pregar per via spedita Trasvola inestimabile fulgore, E de l'eterno Re s'inchina al piede, E sovra i suoi desir grazia gli chiede.

XXXI

Poscia dal tranquillissimo sereno De gli almi alberghi a l'Ocean discende, Per tal sembianza ch'augellin via meno Verso i sicuri nidi a volar prende; Qual vola in un momento aureo baleno, Se de l'oscure nubi il grembo fende, Tal ei volò su i tempestosi flutti E ne trasse AMEDEO su i lidi asciutti.

XXXII

E così gli dicea: nobil Campione, Che 'n paesi stranier, tra ferri avversi Portando a' Rodïan belle corone, Hai lor nemici in fuga omai conversi, Se 'n periglio mortal d'aspra tenzone Da la fronte il sudor largo rinversi, Se forte anela il sen, non te ne caglia, Che fia trionfo tuo questa battaglia.

XXXIII