Fu chi d'Ambrun per lo pastor sacrato Già discacciò l'occupator Delfino; E di Sion il rubellante stato Ritornò de la Chiesa al fren divino; Posso nomar chi di bella asta armato Argine fessi al corso Saracino, E da la patria s'affannò ben lunge; Chè l'uom trasvola, ove pietate il punge.
XXXIX
Degg'io parlar de la sacrata Terra Che da piedi infedeli or si calpesta? Nè di lei rimembranza in cor si serra? Nè spirto di Cristian per lei si desta? Freme Occidente, ed a disfarsi in guerra Sorgon gli scettri, e l'uno e l'altro infesta, È di fallace onor ciascuno ingordo, Ed al divin cieco diventa e sordo.
XL
Grande stupor; ma di sì vil sciocchezza Non fur per ogni etate infermi i cori, Ch'Europa un tempo a nobili armi avvezza Sgombrò Gerusalem d'ombre e d'orrori; Alme, che peregrine ebber vaghezza La fronte ornarsi di celesti allori, Onde via più, che per altrui non s'usa, Per loro udrassi incomparabil musa.
XLI
Or fra quei sommi duci, onde l'oltraggio De la patria di Dio non fu sofferto, Quale aquila su l'ali, al gran viaggio Cinto di spada se ne corse UBERTO; Quasi in notturno ciel di stella un raggio De gli anni infra l'orror splenda suo merto, E si dilati, e si sollevi come Sul gran Libano cedro, il suo bel nome.
XLII
Ma segui me con la memoria, e mira Quando in alta discordia il Vaticano Sospirò sì, che men nocchier sospira Sotto avverso aquilon per l'Oceano; Allor di Pietro il sommo seggio in ira Fu visto al quarto Enrico, empio germano, Che versando nel cor dolcezze false, De la legge di Dio poco gli calse.