Ei non sen vide mai tanto raccolto, Che molto più non dispergesse argento, Sì che precipitando a freno sciolto De l'or sacerdotale ebbe talento, De la man largo, e de la mente stolto Al manto Imperial non fu contento; Sprezzò le chiavi eterne, e fece offesa A la tanto di Dio diletta Chiesa.
XLIV
Le feroci superbie al Cielo avverse Ben compianse di Roma il gran Pastore, E con mel di parole il crudo asperse, Ma via più sempre s'innasprì quel core; Finalmente a giustizia il varco aperse, Ed infiammato di superno ardore Armò la destra, e fe' volarne i tuoni, Stanco di preghi e d'offerir perdoni.
XLV
Sotto i fulmini sacri umil pensiero Fece Germania, e scolorì sembianti, Ed alzò gridi, e diè consiglio al fiero Di fine imporre a quegli error cotanti; Ei sazio d'empietà prese il sentiero Per adorar col bacio i piedi santi, E lasciata da parte ogni sua possa, Sen venne al buon Gregorio entro a Canossa.
XLVI
Quivi per nova via strano veneno Sorse d'inferno, onde bolleano i petti, Sì ch'allentando a le querele il freno Di novo udiansi germogliar sospetti; Ma del vostro AMEDEO non venne meno L'ardor de l'opre, ed il fervor de i detti, Sì che valse a ritrar dal calle oblico Per drittissima strada il fiero Enrico.
XLVII
Egli dicea, come del Tebro in riva Il vicario di Dio ferma sua sede, E che per ciascuna alma indi deriva Certo tenor di non fallibil fede; Come da sue vestigia altri partiva, Poneva in via di precipizio il piede; E come a tanta maestà piegarsi Era l'arte qua giù d'alto levarsi.