XVII

Ma ci provammo in van; scura mia vita, Chè de gli afflitti non ha ben la speme; Pugnai, ma come vedi empia ferita E le mie forze, e le mie membra ha sceme; Così carca di pena aspra infinita Corro languendo inverso l'ore estreme; Pur del punto mortal prendo diletto Che porrammi d'Alfange anzi il cospetto.

XVIII

Così diceva, ed inchinò la fronte Di dolor grave; e Dardagano allora, A cui di lei le dignità son conte, Dolce risponde, e quanto può l'onora: Donna, mie voglie a te servir son pronte, Di Panfilia nel regno io fei dimora, Et ad Alfange il bel vissi devoto, Fui seco in Perga; non parlasti a vôto.

XIX

È ver che su le mura ei cadde a terra, Ma cadde carco d'onorati fregi, E sì fatto morir non spiacque in guerra In alcun tempo ai sommi Duci e Regi: Or per segno d'amor, ben che sotterra, Certo ei non vuol che con la morte il pregi Rompendo in sul fiorir tuoi giorni acerbi, Ma che tu viva, e sua memoria serbi.

XX

L'ignota fuga da natii paesi, E dentro Rodi aver fermato il piede, Non ti perturbi il petto; alme cortesi Potran forse biasmare atto di fede? Tal con accenti di pietate accesi L'afflitta donna a consolar si diede Frodando in parte sue miserie; ed ella Ostinata a morir così favella:

XXI

Di duo desiri la speranza avrei Cara morendo, ch'a le patrie genti S'esprimesser veraci i desir miei; E questi in guerra ch'io soffrii tormenti; Forse andranno colà d'infamia rei I miei pensier ch'ebbi d'amore ardenti, S'a mio danno avverrà, ch'amica lingua A l'orecchie d'altrui non li distingua.