XXVII
Pentesi poscia, e ver colà sen giva Ove più de la guerra il grido è fiero; E scorge non lontan, che su la riva Movea quasi smarrito un cavaliero; Come fu da vicin, rosso appariva Ondeggiar su la fronte il gran cimiero, E d'ostro rosseggiar la sopravesta, E quinci in Dardagan speme si desta.
XXVIII
Affretta i passi, e de le ciglia il lume Affisa de lo scudo entro l'acciaro, E vede ivi dipinto arder le piume L'augel, c'ha ne la morte il suo riparo; Allor, come gli amanti han per costume Fu gelo, ed i suoi spirti in fiamma andaro; Fermossi, e poscia di se stesso in bando Rapido in verso lei mosse gridando:
XXIX
O tanto amata, o del mio cor desire, E qual ventura or mi ti fa presente? Vaneggio io lasso? o pur del tuo venire Con esso me l'altrui parlar non mente? O Berenice. A così fatto dire La Donna di timor s'empie repente, E di se stessa gelosia la punge, Nè sa parlar; ma Dardagan soggiunge:
XXX
Deh qual temenza oggi t'ingombra il core? Perchè taci con me? chi ti ritiene? Panta mi rivelò l'atto d'amore Per cui venisti ignota in queste arene; Io mi son Dardagan; pensa l'ardore Che sì forte m'avvampa entro le vene; E di chi muor per te prendi mercede, E confidati omai ne la mia fede.
XXXI
Ahi lasso me, fra tante spade e tante, Perchè nel cor non mi passò ferita? O d'AMEDEO non traboccando avante Sotto la fiera man perdei la vita? Dunque sarò sì sfortunato amante, E fia la fede mia sì mal gradita, Ch'oggi per mio conforto, e per tuo scampo Tu mi rifiuti fra tante arme in campo?