XXXII
La Donna udendo, di stupor non poco L'anima adempie, indi formò tal note: Panta quando lasciasti? ed in che loco? Spavento de' suoi rischi il cor mi scote. E quegli ardendo in amoroso foco Le trapassate cose a lei fa note, Come Panta incontrò, ciò ch'ella disse, E come de la piaga alfin morisse.
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A questo annunzio da cordoglio oppressa Disciolse Berenice alti sospiri, E tratta dal dolor fuor di se stessa Stavasi taciturna infra martiri. Dardagan tace alquanto, indi non cessa Di seguir gli ardentissimi desiri, E raccogliendo i suoi pensier, dislega Alfin la lingua, e sì lusinga e prega:
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Quantunque di pietà spada rubella Abbia chiusa la strada a' desir vostri, Pur grandi atti di fede inver la bella E nobil Donna son per te dimostri, Qua giuso in terra narreransi, ed ella Non taceralli ne' superni chiostri; Però tanta tuo cor doglia non prenda Del caso occorso, ove non vedi emenda.
XXXV
E se Panta apparì tanto amorosa Ch'a la patria lasciar dispose il core, E corse per lo mar via perigliosa, E de la morte soverchiò l'orrore, E se tu fosti a lei seguir bramosa Là, 've sì forte la traeva amore, Gran miracol parrà, s'oggi disprezza Pur di lasciarsi amar tua giovinezza.
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Ma se la legge appresso te s'onora Che per ogni mortal detta natura, Deggio sperar, che tua pietate ancora Porga a le fiamme mie lieta ventura; O sempre cara e fortunata l'ora Che nella mente mia sì fresca dura, Quando questi occhi a tua beltà conversi Non mai qua giù nel mondo usa a vedersi.