VII

Tal costui venne, e col lucente acciaro L'elmo gemmato ad Ottoman percote; Mille accese faville al cielo andaro, E sonaro le piaggie indi remote; I gran diamanti, onde l'elmetto è chiaro, Il brando, ben che fin, spezzar non pote; Ben del feroce Re l'animo accese, Ch'a lui si volse, e sul terren lo stese.

VIII

Spigne l'irata spada, aspro a vedersi; Piagalo in petto, e sì d'orror l'involve, Che sul piè Telamon non può tenersi, Ma cade, e gli occhi per dolor travolve; Ed ivi i crin via più che l'oro tersi, Spettacol di pietà, macchia di polve, E macchia quelle guance, i cui candori Già di mille donzelle arsero i cori.

IX

Tale albero gentil, che l'aura estiva E d'un ruscello il mormorar d'argento Solea nutrire in solitaria riva, Al crin de le Napee vago ornamento, S'unqua d'april quando più bel fioriva Il disperde sul suol rabbia di vento, Secca le verdi frondi, odor non spira, E pietà move in chi passando il mira.

X

Mentre in tal guisa di percosse orrende Cadeano Turchi e Rodïani insieme, Su quell'orrido strazio il volo stende Megera atroce, e riguardandol freme. Ne l'ira acerba, che vostri odii accende, O de l'antico Adam mal nato seme, Cadete a morte; e col nostro odio indegno Saziate alquanto l'infernal disdegno.

XI

Per cotal guisa egli bestemmia, e fiero Pasceasi il fier demon ne i guerrier morti, E pure in gran furor volge il pensiero Si come a' Rodïan tormento apporti. D'Anteo Mercurial non poco altiero Fra i cavalier più coraggiosi e forti, Fabbricossi di nembi il bel sembiante Ed al gran Folco appresentossi avante.