Nel punto estremo di tua morte indegna, Qual commettesti tu, serbai tua fede; Ora a te ne verrei; ma ch'io non vegna Il vuole amor del tuo diletto erede; E perchè trasportare indi disegna Le regie membra in ver le navi, ei chiede E d'ancelle, e di serve il pronto aiuto, E stassi percotendo il sen canuto.

XLII

Infra la turba lagrimosa e trista, Ch'al chiamar d'Ebrain mossero il passo, Venne Licasta, ed a la flebil vista Ella si feo come insensibil sasso; E quando a favellar forze racquista, Gridò gemendo: o del mio viver lasso E de gli affanni miei solo sostegno, In quale guisa a ritrovarti vegno?

XLIII

Non son già queste de' miei pregi altieri Quella che tu nutrivi in me speranze, Quando fra semplicissimi pensieri Pargoleggiavi per le regie stanze; Oh de gli scherzi e de' tuoi dì primieri Amare e sfortunate rimembranze; Tu davi al collo mio baci soavi, E così tra bei vezzi indi parlavi:

XLIV

Allor che stanca e per l'età matura Volerà del tuo sen l'anima fuori, Io chiuderotti gli occhi, e 'n sepoltura Ti spargerò di più soavi odori. Così dicevi; ma crudel ventura Che mi sommerge in mar d'aspri dolori, Or mi fa ricordar fra duri affanni Come per la speranza altri s'inganni.

XLV

Tu non a me sul fin di mia vecchiezza Gli occhi componi; io son, che morta omai Sul tuo più vago fior di giovinezza Mando sotterra te che tanto amai. Qual ti farà chiamar la tua grandezza? Per lo scettro real qual nome avrai? Ah che se fra' mortali il ver si dice, Altro nome non è, salvo infelice.

XLVI