Quì fra le turbe a lamentarsi pronte Ella quasi di duol si venia meno; Poscia Ebrain con lamentevol fronte A gridi sciolse ed a querele il freno: Deh chi de gli occhi miei fa larga fonte E d'alti pianti oggi m'inonda il seno Sì che di fede e di dovuto amore Possa far testimonio al mio signore?

XLVII

Ottoman piango; ed ho nel cor disdegno Che parcamente i pianti miei sian sparsi; Ma pur Meandro e di Panfilia il regno Di martirj e di duol non ti fian scarsi; Là da' popoli tuoi senza ritegno Preveggo al tuo morir l'esequie farsi Con abissi di pianto; ed è ragione, Poi che perdono in te tante corone.

XLVIII

Chi tra gli allor che le provincie ornaro Innalzerà vincendo omai trofei? Ed onde avrassi scampo, onde riparo Al minacciar de gli avversarii rei? O di trionfo, o di vittorie chiaro, Grande Ottoman, dove sparito or sei? Dove trasporti tu la nostra speme, Noi quì lasciando infra miserie estreme?

XLIX

Parmi che su ne l'alto il Sol non splenda, E che seco ogni luce a noi sia tolta, Onde in profondità di notte orrenda Si rimanga per sempre Asia sepolta. Oh del mondo qua giù strana vicenda, Ecco Europa a gioir quinci è rivolta Allor ch'ogni speranza avea perduta, E la nostra allegrezza in duol si muta!

L

Fra questi detti, che si vada al mare Per prestamente veleggiar procaccia, Onde a le membra riverite e care Ciascuno a gara ivi soppon le braccia; E per tutta la via lagrime amare Del popolo leal bagnan la faccia, Nè puossi udir tra le funeste genti Se non un lungo suon d'aspri lamenti.

FINE DEL CANTO XXII.