Che fu mirar dentro dorato usbergo Con aste invitte e fulminose spade Battere allor de' Saracini il tergo, E d'atro sangue dilagar le strade? Qual torna sbigottita al chiuso albergo, Se da torbido ciel grandine cade, Vaga schiera d'augei rapidamente, Cotal vinto fuggì l'empio Oriente.
XLIII
Egli il più forte de le mura scelse A rinfrancare il suo smarrito ardire, Ma punto non giovar le torri eccelse Contra lo sforzo de le nobil ire, Franse ogni marmo ed ogni porta svelse Il vincitor; quinci crudel martire, Grave strido d'orror confuso ed alto Diè la vittoria e terminò l'assalto.
XLIV
Allor non più di minaccevol canto L'aer turbava sanguinosa tromba, Ma con pensier di penitenza e pianto Tutti adorar la sacrosanta tomba. Sì vinser quegli Eroi, del cui gran vanto Sì chiara la memoria anco rimbomba; Ma pure Europa neghittosa or gode In gran letargo e 'l rimbombar non ode.
XLV
Spirti, che tra' fulgor d'eterna gloria Splendete in Cielo a par del sol ben noti, Vedete voi che debile memoria Di vostra gran virtù tocca i nipoti? Lasso, caduta è quì l'alta vittoria, Chè al peregrin son contrastati i voti, Nè di Sion può rimirar le mura, E 'l gran sepolcro è di rei cani usura.
XLV
Mal spiegaro per noi l'inclita insegna, Mal diero assalto, e trionfar quel giorno, Se la lor fama gloriosa e degna Ne dovea partorir vergogna e scorno; Tanta viltà deh chi sarà che vegna Omai d'Europa a disgombrar dintorno? Sì che pensiero ella raccolga in seno Se non d'onor, de' suoi perigli almeno?