Tu, de' cui raggi luminosi, ardenti Più che Gange del sol gode la Dora, Come oggi Rodi afflitta, i suoi tormenti Ti metta in cor Gerusalemme ancora; Oh che loda! oh che pregio appo le genti Per cui la croce del gran Dio s'adora, Se col valor de la tua nobil spada Al bramato Giordan s'apre la strada?

XLVIII

Allor del Nilo ignoto oltre a la fonte, Oltra l'Atlante, oltra Boote andranno Altieramente le tue glorie conte, Ch'or per mia bocca risonar non sanno; Ma pur queste d'amore anime pronte Alzano al Cielo il tuo sofferto affanno, E sto quasi per dir, che 'n lieti gridi Fansi ver te queste onde e questi lidi.

XLIX

E se fia mai, che de' reali eredi Il giustissimo scettro unqua s'infesti, Di quanti Cavalier vedi, e non vedi, L'armi fien pronte, e i fieri cor fian presti. Mentre dicea, ne le dorate sedi Affermar quei baron veduto avresti; Quinci AMEDEO dopo i sacrati uffici Al palagio sen va fra i duci amici.

L

Ed in quel punto si scorgea lontano I legni infidi da le Rodie arene, I gran campi varcar de l'Oceano Con bel volo di vele culiate e piene; Era il suolo del mar tranquillo e piano E correan d'ognintorno aure serene, Nè fosca nube lor faceva oltraggio; Quando scese di Dio forte messaggio.

LI

Su le piaggie de l'aria almo a mirarsi Con imperio frenò l'ali veloci, E spinse tra fulgor di rai cosparsi Orribil suon di sempiterne voci; Non fremono cotanto, ove ad armarsi Chiamano mille trombe i cor feroci, Se Marte ama versar torbido in guerra Di sangue un mare e funestar la terra:

LII