VIII

Che per entro l'inferno a' suoi desiri De gli empi spirti ogni contrasto è vano, Nè mai sa ritrovar, salvo martiri, S'a lui rubella l'ardimento umano. Ei del gran Ciel dà movimento ai giri, Ha de la terra i fondamenti in mano; Comanda al Sol, che per cammin s'arresti, Ed i suoi corsi ad ubbidir son presti.

IX

Chi tra i confin de la minuta arena All'indomito mar costringe l'onde? Chi gli alti abissi in bella calma affrena? E chi fa tempestar l'acque profonde? Dio l'aspetto de l'aria apre e serena, E torbide su lei nubi diffonde, Austro addormenta, ed i suoi fiati ei lega, Ed ei le piume ad Aquilon dispiega.

X

Tabor, fra stuoli morti al pian distesi; Rupe d'Oreb fra sitibonda gente, Voi vel provaste; intra ferrati arnesi Tu tel sentisti, o di Cison torrente: Tra gran prodigi non altrove intesi, Gran Nilo, i pregi suoi canti dolente; E sul terren degli Amorrei fugaci Di lui temendo, o Gabäon, non taci.

XI

Absorse Faraon l'onda Eritrea, Le squadre di Moisè franche varcaro; E mentre che di manna ei le pascea, Edom, Moabbe e Canäan tremaro. Così cantando il coro umìl piangea; Nè le fervide note unqua cessaro Bench'appellasse con più cupi orrori Notte a posarsi i miserabil cori.

XII

Ma poi che 'l bel mattin per l'aria pura D'oro lucido e d'ostro il ciel dipinge, Alle piume Ottoman pronto si fura, E veste i regj manti, e 'l brando cinge. Allor Bostange, i cui pensier la cura Degli aspri assalti vigilar costringe, Inchino fassi al gran tiranno appresso; E così favellava in suon dimesso: