XXI
Chinasi a lui, che tutto inonda il suolo, E dice: o pregio di Firenze nostra, Il così rimirarti emmi gran duolo; Pur verace valor tal mi ti mostra. E quei risponde: a morte omai men volo, Sia 'l nome mio ne la memoria vostra, E fa conto tal'or lungo il bello Arno, Che bianca croce io non vestiva indarno.
XXII
Questo commetto a la tua nobil fede, Perchè lo rechi a' miei consorti: chiaro Quì de gli assalti miei parte si vede. Si disse; e de lo scudo alzò l'acciaro; Sferza di gloria a generoso crede Esser può quel metallo; ivi piagaro Cento faretre, e del nemico sdegno Per cento spade è manifesto il segno.
XXIII
Ed ecco alzarsi di più trombe i canti, E nove arme ingombrar l'alta muraglia: Ciò furo squadre, che spingeansi avanti Perchè più forte, e più mortal s'assaglia. Bardo diceva allor: Cosmo, rimanti; Non mi lascia più quì l'aspra battaglia: Tanto farò, quanto per te s'attende, Se barbarico stral nol mi contende.
XXIV
Ciò detto corse, e con la destra forte Forte contrasta a' salitori il varco, Là dove a segno d'infallibil morte Posto era in terra il Rodïan Nearco: L'anima di costui per varie porte Già se ne va, sì di ferite è carco, Nè più soccorso palpitando aspetta: Sì gran stuol di faretre ivi saetta.
XXV
Per ciò non teme; anzi 'n dorato acciaro Stassi de' Martinenghi il fiero Alberto, Chiaro per sangue in fra Bresciani, e chiaro Per l'alma Italia d'onorato merto: D'elmo, che 'n patria i fabbri suoi tempraro La magnanima fronte è ricoperto, Su cui di piume alto cimiero ondeggia, E con la spada in pugno arde, e lampeggia.