XXVI
Era a veder, quale è d'un stagno a i lidi Gran nibbio; a l'aie ben talor sen vola, Ma de la villanella udendo i gridi Non de la chioccia i pargoletti invola; Quinci infestando i limacchiosi nidi D'attorte bisce il suo digiun consola, E col curvo picchiar del becco forte Le rane gracidose ei tragge a morte.
XXVII
A l'alte prove un Beccarìa presente, Nato in Pavia, di fulminar non resta, Crudo a veder, qual Mongibello ardente, Crudo come Ocèan quando tempesta. Seco col grido, e con la man possente Un Castiglion le turbe avverse infesta, Cui del Sol luminoso a i raggi diede La città, che nel Mincio altiera siede.
XXVIII
Gonfio di rabbia Turacano intanto Le fiere labbra ad alte voci aperse, Gridando: ah gran viltà! spazio cotanto A dissipar sì poche turbe avverse? Voi già di tante palme aveste il vanto; Mal le vostre battaglie Asia sofferse; Ed ora afflitto, ed affamato stuolo Vi romperà de la vittoria il volo?
XXIX
Per questi detti a rinforzar s'appresta Folta schiera de' Turchi, e l'arme, e l'ire, E le già tronche membra ognun calpesta Sordo a querele de l'altrui martire. Ma ne l'Orsin magnanimo si desta Di vittoria, o di morte alto desire, E col sembiante, e con la destra ardita I suoi seguaci a famose opre invita.
XXX
Nobil guerrier, che su ne l'alto eletti Ha Dio con armi a sostentar sua fede, La bella croce, onde segnate i petti Vi faccia forza a quì fermare il piede; Care son queste piaghe; ogni alma aspetti Per alquanto di sangue ampia mercede Di celeste corona. E a queste voci Va tra' nemici con le man feroci.