XXXI
Al vecchio Alcalde di Laruna taglia La destra guancia; indi rivolve il passo, E porta ad Affarèo mortal battaglia, Nobile abitator d'Alicarnasso; Poscia fremendo a Goldeman si scaglia, Squarciagli il gozzo; indi col ferro basso A Techedel l'epa trafora; ed ambe Al rapido Gomel tronca le gambe.
XXXII
Sì lo sdegno infiammando, aspro governo Ei fa de' Turchi, ed a morir li tragge. Gange non mai, s'unqua ha le sponde a scherno, Doma sì fier le soggiogate piagge; Non s'orgoglioso per orribil verno Il gonfiano di pioggia alpi selvagge; E per distrutto gel scendendo altiere L'accompagnano al mar cento riviere.
XXXIII
E già di rotti acciar, d'aste recise, Di scudi aperti, di stendardi sparsi, Di membra altre spiranti, ed altre ancise Sembrano monti d'ogni intorno alzarsi. Ma fermàti da lunge in varie guise Non sono i Turchi a guerreggiarlo scarsi: Piombi, lance, saette, e selci alpestre Lanciangli incontra l'adirate destre.
XXXIV
Ed ei nol prezza, e contra lor fremente Su l'elmo scote le cerulee piume, E da gli smalti de lo scudo ardente Travolve intorno formidabil lume; E fra le torme lacerate e spente Guazza nel sangue, onde trascorre un fiume, E per tutto col brando aspro s'avventa, E da lunge co' gridi altrui sgomenta.
XXXV
Qual fassi entro l'orror d'atra tempesta Per ermo calle il peregrin già stanco, Se con monti di ghiaccio alta foresta Ha da varcar con anelante fianco: Tale i turchi si fean, lento s'arresta, Non pur l'orgoglio in Turacan vien manco. Ma disperando Aletto ulula e mugge, Nè sa biasmar chi volge il tergo, e fugge.