I

Aletto in tanto per lo giogo ombroso E del Filermo ne l'alpestro orrore Scorse AMEDEO, che di pugnar bramoso Da travagliarsi in armi attendea l'ore. Ei da l'antro selvaggio, ove nascoso La notte soggiornò, sen venne fuore A guardar, se fra l'orride foreste Scender vedeva a sè nunzio celeste.

II

Alza la fronte, e per lo ciel tal volta E per gli aerei campi il ciglio gira, Nè men tal volta de la selva folta Tra pianta e pianta intentamente mira; Nulla non vede, e via più sempre ascolta Fiero rimbombo di minaccia e d'ira, E de le trombe eccitatrici i carmi, E 'ntorno Rodi ogn'or gridarsi a l'armi.

III

Quinci ratto assalir l'infide genti Grande gli corre ardore entro a le vene. Come Leon se pascolare armenti Vede oltre al fiume ne le piaggie armene Ben l'unghie indura, e bene arrota i denti, E ben farìa sanguigne erbe ed arene; Ma pur paventa di superbia carco L'ampia riviera, che contrasta il varco.

IV

Tal fu del gran guerrier. S'avvampa in seno Di dare assalto, ed a pensar poi prende Sovra l'Angelo apparso, e' tiensi a freno, E, sofferendo, i suoi ritorni attende. Così con lenti piè l'ermo terreno Va trascorrendo, ed ora sale, or scende Fin che trova bagnar l'alpestri sponde Dolce ruscel di limpidissime onde.

V

In su la destra e su la manca riva Foltissime innalzarsi orride e dure Quercie vedeansi; e non giammai s'apriva Strada a' raggi del sol per l'ombre oscure; E di loro ogni tronco al ciel saliva Non mai percosso da villana scure, Nè mai soleasi al bello orror selvaggio Far da' pastori o da gli armenti oltraggio.