VI
E non senza ragion: quivi soggiorno Già scelse Ilario. Era costui ben chiaro Per suoi tesori, e di virtute adorno Pregi di nobiltate anco l'ornaro; Ma per far più spedito al ciel ritorno, Contra gli agi del mondo ebbe riparo A l'aspra povertate; e' in questi liti Trasse de la sua vita i dì romiti.
VII
Ei quì di vimi rusticani un tetto Per sè compose; e non usate piume, Ispide paglie gli prestavan letto, Mentre Febo nel mar chiudeva il lume: Furono i manti suoi bigio negletto; I cibi l'erba, le bevande il fiume: E di mille infelici a sè devoti, Umil pregando, egli adempieva i voti.
VIII
Mute lingue sciogliea; grazie divine; E di febbri cessò ghiacci ed ardori; Ed ad ogn'or per quelle strade alpine Apparìan zoppi, e divenìan cursori; Onde poi giunto de la vita al fine Lasciò ver sè tanto amorosi i cori, Ch'a dimostrare altrui siccome degno Fosse d'altiero onor, si fece segno.
IX
Ersero quì di bianca rupe e dura, Colonna sposta a' guardi anco lontani, Su cui del famoso uom l'aurea figura Giunte levava al cielo ambe le mani: Ma ne la base non vulgar scultura Segna le vie de gli esercizii umani, Dando a veder, ch'al gran Signor di sopra Servesi or col pensiero ed or con l'opra.
X
Vedeasi Elìa, che senza tema alcuna L'empio furor di Giesabel sopporta Sul monte; ed a nutrir l'alma digiuna Il sollecito corbo esca gli porta. In altra parte Gedeon raguna Sua gente al fiume, ed ivi a ber conforta; E de l'immenso stuol sceglie trecento, Che di prodezza dier chiaro argomento.