XXI

Dunque obbrobrio a la patria, obbrobrio a gli avi Camperò schiava? o mie speranze liete, E del viver giocondo ore soavi, Ove sparite? ed a che fin giungete? Ma tu che 'n tempi sì dogliosi e gravi Per noi venivi ad arrecar quiete, Come indugiasti? e per l'Egeo ritenne Qual torbido austro tue velate antenne?

XXII

Certo il sembiante e de begli occhi ardenti I lampi e gli atti a rimirar celesti Creder mi fan, che da l'inique genti Il popol Rodïan difeso avresti; Or sei giunto ad udir gridi dolenti, E de' buon cavalier corpi funesti, Altari e chiese depredate ed arse, E lor sacre reliquie al vento sparse.

XXIII

Così ragiona ingannatore e geme, E di lagrime finte inonda il viso, E poscia batte ambe le palme insieme E nel gran cavalier tien l'occhio fiso. Egli ascoltando le querele estreme E de la terra il non temuto avviso, Alquanto i suoi pensier seco raccoglie Non certo a pieno, indi la lingua scioglie:

XXIV

Donna, se 'l tuo parlar per me s'intende, Rodi è caduta a terra; ascolto il vero? Più da' suoi cavalier non si difende? Del superbo Ottoman sostien l'impero? Quivi Aletto sue frodi a narrar prende: Ma ferma il guardo in volto al cavaliero, Ben osservando, s'ei consente o nega Credenza al ver, mentre le note spiega.

XXV

Chi superbo, diss'ella, alza la mente, E tra' mortali temerario spera, Nè sa, come qua giù fugga repente Lunge da noi felicità leggiera, Stato oggi al guerreggiar fosse presente, Ed al cader de la cittade altiera, Che fatto quinci si sarebbe esperto Come sia di ciascun lo stato incerto.