XXXI

Incontro un mio scudier pallido in viso, E dimando qual sia nostra ventura. Ei mi risponde: è tuo figliuolo anciso; Ottoman trïonfante entro le mura. Alla fiera novella io presi avviso Di serbar la mia vita almen sicura, E sovra legno piccioletto ignoto Ho cercato del mar seno remoto.

XXXII

Vegno qua sù, perchè minor periglio Stimai partire entro la notte ombrosa; E mentre quì m'ascondo, il mio naviglio Ed il nocchier là giù m'attende e posa. Così dicendo, annuvolava il ciglio, Pianti versando, e si mostrò dogliosa, E lungamente sospirava, e come Tutta infelice disperdea le chiome.

XXXIII

A quegli atti AMEDEO cangia l'aspetto, Ed in parti diverse il pensier gira; E per qual via deggia avverarsi il detto De l'Angel sacro taciturno ammira. Ed in quel punto va seguendo Aletto Le cominciate frodi; in pria sospira, Poi dal preso cordoglio ella si scote E franca in voce fa sentir tai note:

XXXIV

Chiarissimo Signor, la cui sembianza Porge d'ogni virtute alto argomento, Poscia che ad impiegar la tua possanza Per lo stuol Rodïan stato sei lento, Odi quale per noi riman speranza; E se lo stato mio teco rammento, Ed il mio favellar vien da lontano, Non te ne caglia, ch'io non parlo in vano

XXXV

Non distante di quì lungo sentiero, Samo da non sprezzarsi, isola siede, In cui regnò d'ogni virtude altiero Argesto, e di lui nacqui unica erede; E perchè senza maschi al bello impero, Per usanza, la donna anco succede, Io di non pochi re mossi le voglie, Che gareggiando mi chiedeano a moglie.