XXXVI

Ma sovra ognun tra la sì nobil gente A' miei parenti rassembrò più degno Filippomène; ei di tesor possente In Scio già nacque, e ne godeva il regno: Vago d'aspetto, e ne le guerre ardente, E ne la pace di cortese ingegno: Nè men per sangue: eran congiunti seco I più chiari signor del popol greco.

XXXVII

Sposata io fei giocondo il cor paterno Per un figliol d'ogni bellezza adorno: Ma, lasciandolo infante, al ciel superno L'alma del genitor fece ritorno. Pur da me non per tanto ebbe governo Tal che fregi d'onor si vide intorno; E d'ogni alma virtute apprese l'arte; Benchè più forte egli donossi a Marte.

XXXVIII

Glauco appellossi; e, come fu sul fiore Degli anni suoi più verdi, ebbe desire Di porre in Rodi il piè; scola d'onore, E reggia d'armi e d'onorato ardire; Andovvi; e quivi giunto arco d'amore Il costrinse a provar dolce martire; Chè Melibea con suoi begli occhi il prese, E del giovine incauto il petto accese.

XXXIX

Di così fatto amor fama trascorse Sì ch'intorno a l'Egeo ciascun ne parla; Ed a l'animo mio temenza porse Non seco proponesse alfin sposarla. Mentre dunque poteva, ed era in forse La ria ventura, io destinai vietarla. Bene avea la fanciulla i pregi suoi: Ma bassi assai per adeguarsi a noi.

XL

Dunque sciolsi le vele, e fei vedermi In Rodi seco, e mie preghiere esposi, E con ragion sostenni i sensi infermi, E dolcemente a' suoi desir m'opposi. Ma mentre io vo cercando indugi e schermi, Oh de l'eterno Dio giudicj ascosi! Ecco che i miei disegni in un momento Spariti son, siccome nebbia al vento.