XLI

Venne Ottomano, e, come suol, spietato De la pace ad ogn'or troncò la speme; Onde a lui contra, il Rodïano armato Oggi è caduto, e seco Glauco insieme. Cadde, misera me! nè mi fu dato Mirarlo almeno in su quelle ore estreme, E ripor le sue membra in nobil marmi, Ed ivi, come suolsi, appender l'armi.

XLII

Ah che sul petto d'ogni onor ben degno, E sul crin d'oro e su la regia testa Sfoga l'empio Ottoman forse il disdegno, E da l'iniqua turba or si calpesta! Alma ben nata, s'oggi a te non vegno, Vedi come qua giù nulla m'arresta, Se non se quella, che per te s'aspetta, Contra il nemico rio, giusta vendetta.

XLIII

E tu, sommo Campion, che 'l mal presente Fosti dal Cielo a divietare eletto, Come affermasti; ed a ciò far possente, Ben ti confessa il sovrumano aspetto: Signor, vientene meco; io navi e gente E ciò, che 'n guerra fa mestier, prometto: Quanto può Samo, e quanto possa Scio Da' cenni pende e da l'arbitrio mio.

XIIV

Poi parentadi ed amicizie, quanti Veggonsi oggi regnar per l'onda Egea, Armi susciteranno e naviganti E Lenno e Lesbo e la discosta Eubea. Così parlando rinnovava i pianti L'odioso spirto: ei tuttavia fingea Volto a tentar con le sottil sue frodi, Che sen gisse AMEDEO lunge da Rodi.

XLV

Ed ei tenendo in cor le voci impresse De l'alto messaggier dianzi disceso, Seco non sa pensar, come cadesse Un regno, che dal Cielo era difeso. E pur costei con le sue luci istesse Videlo darsi in preda al fuoco acceso; E fra 'l sangue de' suoi spenti e dispersi Aveva in trista fuga i piè conversi.