XLVI
Fra' tai pensieri in sè medesmo ondeggia. Alfin non sa voltarsi indi a partire Che pria l'eccelso messagger non veggia. E verso il mostro ei così prende a dire: Non è regno sì forte o nobil reggia. Donna, per cui s'adeschi uman desire, Che polvere sul pian tosto non cada, Se la destra di Dio vibra la spada.
XLVII
Ha forse Rodi a la pietade eterna Con lunghe colpe sue rotto il confine, Onde il sommo Signor, ch'altrui governa, Pur con giustizia or la corregge al fine. Ma, benchè l'occhio uman poco discerna L'alto giudizio e l'azïon divine, A dritta ragïon creder conviene Ch'anco l'ira di Dio sia nostro bene.
XLVIII
Ei talor flagellando in tempi duri Di severo Signor prende sembianza, Perchè del nostro errar fatti sicuri Apprendiamo invocar la sua possanza. Or tu, reina, sollevar procuri Con arme e con tesor nostra speranza; Caduche forze; e per le vie del mondo Vuoi fornir tuoi disegni; ed io rispondo:
XLIX
Dal ciel venne messaggio; ed ei commise Ch'io quì posassi; e ch'Ottomano a terra Vedrebbe il campo, per mia man, promise, Ch'oggidì Rodi sì terribil serra. Ma, fin ch'a me ritorni, ei non permise Scender dal monte, o riprovarmi in guerra. Egli arme recherìa da soggiogarlo; E tutto questo è ver, come ti parlo.
L
Se quì dunque soccorsi abbiam sì presti, A che cercando gir forze lontane? Certo non deesi co' favor celesti Porre in bilancia le possanze umane. Ei più non ragionava. Aletto a questi Detti del gran guerrier mesta rimane; E pur con tutto ciò l'anima fiera Trar ne l'inganno alfin non si dispera.