— E ne voglio anche a voi, la mia creatura. Ma a noi poveri frati tocca più spesso il dovere di andare nelle case ove ci sono delle disgrazie. La vostra finora, Dio voglia che si possa sempre dirlo, è la casa della felicità.

— Ah parlate pur bene! — gridò la Concezione. — Dio voglia che si possa sempre dirlo!

— Nonostante — continuò il padre Venanzio — la prima volta che torno da queste parti verrò a vedervi.

— E perchè non questa sera? — replicò la Maria.

— Perchè gli affari del mio convento mi vogliono domani a Paola. Addio, buona Maria. Salutate a mio nome il vostro fidanzato. —

In questa guisa si separarono e a poco a poco la piazza fu sgombra.

III. L’APPARIZIONE.

Sopra una delle più alte punte del Sila sorgeva una casa, nè umile tanto che si potesse chiamarla rustica, nè sfarzosa sì da qualificarla per signorile, ma più deliziosa di una villa reale veniva fatta dalla felicità di sua situazione. Fiori ed erbe d’ogni soave odore ne imbalsamavano l’aere all’intorno, mentre tempravano l’estiva arsura, spesso sensibile in quei climi anche nel principio di settembre, alte foreste di castagni, di abeti e di frassini che verso il declivo del monte cedevano il luogo agli ulivi e alle viti. Il maggior balcone di tale casa signoreggiava sì il Mediterraneo che da esso vedevate e il capo della Scalea e il golfo di Taranto e la foce del Crati. Era questa la casa della giovinetta Maria Solis che abbiamo imparata a conoscere ieri sera. Di buon mattino ella stava lavorando all’ago presso l’indicata finestra, ma nè le foreste nè il Mediterraneo nè il golfo di Taranto nè la foce del Crati avevano i pensieri di quella donzella.

Una considerazione grave per lei le avea fatta passare inquieta la notte e la tenea tuttavia assorta in serii pensieri. Il suo Luigi le avea bensì serbata parola col visitarla la sera innanzi appena sdebitatosi de’ protratti obblighi militari che allegò siccome impedimento dell’accompagnarla a casa, ma oltre all’avere tenuta assai corta quella sua visita sembrò alla Maria che si sforzasse nascondere una certa tetraggine divenutagli abituale da qualche tempo e che s’accrebbe quand’ella gli fece il racconto della scena avuta con la zingara e delle predizioni fattele da colei su l’uomo dalla mala guardatura. In oltre la Maria non sapea spiegare a sè stessa i motivi di una premura mostrata da Luigi a fine di sapere se il padre Venanzio era stato o verrebbe a visitarla, come solea quando si trasferiva alla valle del Sila, e della fretta onde congedossi da lei appena inteso che il buon minimo avea già ripresa la strada di Paola.

Ancorchè a prima vista la nostra giovinetta ne sia apparsa d’una vivacità capricciosa, talvolta persin leggiera e poco meno che inconsiderata, ella diventava la persona più meditativa del mondo ove le occorressero all’animo argomenti che si riferissero al suo amore per Luigi, o che ancora in qualsiasi modo fossero atti ad esercitare l’alto di lei carattere; nel che una cosa aiutava a spiegare l’altra. Ella amava in Luigi Grifone non solamente il bel giovine e il giovine coraggioso, prerogative già onnipotenti di per sè stesse sul cuor di una donna, ma in oltre ravvisava in esso, può dirsi, il suo unico educatore, colui che, dotato d’un ingegno superiore quasi agli anni suoi, sviluppava in lei i germi d’un discernimento naturalmente rettissimo; onde non è a stupire se vedemmo la Maria religiosa sì per indole e per educazione ma scevra in uno de’ volgari pregiudizi di que’ tempi, come non è meraviglia ch’ella sortisse un amante di mente non ordinaria nei giorni contemporanei al gran segretario fiorentino e forieri della fortunata epoca di Leone X.