Era scorsa una buona settimana dopo il pauroso caso avvenuto nell’abitazione della Maria quando, in una certa mattina, tutta Cosenza, città capoluogo della Calabria Citeriore, era in moto. Non credo si sarebbe trovato un solo abitante nella propria casa. Tutta la strada grande ringorgava di cittadini e di campagnuoli accorsi da ciascuna porta della città. Il maggior concorso per altro di chi andava e veniva era a quella che guida al mare.
— È lui! — Non è lui! — È proprio lui il Leone. — L’armatetta dei guardacoste lo ha sorpreso solo entro un palischermo che correa con tutto il vento in sua via verso il faro di Messina. — Lo conducono adesso al tribunale ove stanno già uniti i giudici per isbrigarlo. — Erano questi i varii discorsi che l’uno teneva all’altro e che davano la ragione di tanto subuglio.
Il tribunale di fatto è adunato nella grande sala della giustizia. Ne è presidente certo capitano di giustizia Bargilone, uom perfettamente concorde co’ suoi compagni nella massima di riguardare i delitti umani come campo di ricca messe a chi li giudica, con che davano l’aspetto d’inique alle cause anche le più giuste, e questa certamente ne era una, poichè trattavasi in fin del conto di giudicare un capo d’aggressori ravvisato ai più convincenti indizi per tale. Ma qual santa causa non si trasforma in orribile se vengono a sostenerla i tormentatori patentati, le strappate di corda, le gabbie, le tanaglie, la ruota, i roghi, le caldaie per bollirci gli uomini dentro e tutte le enormi suppellettili di quel Tristano d’esecrata memoria che dai dominii di Luigi XI si dilatarono con tanto fatale rapidità in tutto il rimanente dell’Europa!
Il vicerè del regno di Napoli, il gran contestabile don Gonzalvo di Cordova, uom grande nella guerra come negli affari di stato, non avea certamente risparmiate cure per render gradita ai popoli da lui governati la dominazione di Ferdinando il Cattolico; e per vero dire la cosa pubblica veniva in allora amministrata senza lamenti, sia rispetto agli affari civili, sia rispetto agl’interni regolamenti ed al riparto dei pubblici pesi. Ma non poteva dirsi altrettanto in ciò che spettava ai tribunali criminali, pupilla dell’occhio d’un monarca che portò bensì alla più inaudita grandezza i suoi dominii, ma che fu ad un tempo il fondatore della inquisizione, e che, desideroso (nella qual cosa nè egli nè i suoi successori, come si è detto, riuscirono mai) d’introdurla nel regno di Napoli, non sol tollerava ma favoriva tutti i barbari odiosi privilegi dei tribunali di que’ giorni affinchè divenissero come l’impalcamento del più orrido tribunale ch’egli, Ferdinando, e l’atroce Torquemada, allora ottuagenario, voleano fosse la corte suprema di giustizia del Nuovo Mondo e del Vecchio. Ad impedire pertanto e a correggere gli abusi giudiciali in quel tempo esistenti ben poco poteva il gran Gonzalvo, costretto talvolta a premersi entro sè stesso i cordogli che non dalla giustizia ma dalla giustizia inumanamente esercitata gli derivavano.
Dinanzi a questo tribunale pertanto composto com’era e come sol potea sfortunatamente esserlo allora, in mezzo a sedici alabardieri, strettamente incatenato, arrivò finalmente lo sciagurato che era stato sorpreso nel palischermo. Tutta Cosenza allora fu in quella sala; non avreste più veduto un uomo girar per le strade e tutti coloro che non capivano nella sala erano aggruppati negli anditi, ne’ corritoi, lungo le scale del palazzo della giustizia. Cosa strana! ognuno s’aspettava di vedere nel prigioniero tutto quel di peggio che la faccia d’un capo d’assassini può presentare. Vedevano in vece sopra un volto, solcato dai patimenti, l’espressione soltanto della mansuetudine e della rassegnazione. Parea quasi incredibile (se il volgo fosse molto avvezzo ad istituire tal genere di confronti) che con quella fisonomia si fossero conciliati gli enormi delitti onde il Leone veniva accusato.
Sotto un pastrano nuovo portava un giubbettino verde che, come se fosse qualche cosa spettante a divisa, avea rivolture di panno rosso, ma che le fenditure del pastrano stesso lasciavano a stento vedere. Il capitano Bargilone, la cui nequizia era placida e l’accento del quale sinistramente blando andava accompagnato da un sogghigno che non lo abbandonava mai nemmen quando le sue misere vittime mandavano grida tra le fiamme o sotto lo strazio de’ più spaventosi tormenti, si fece tosto ad interrogarlo:
Come vi chiamate?
— Non mi chiamo più nulla; mi chiamarono il Leone, e talvolta il gran capitano degli Apennini.
— Oh! oh! — sclamò ghignando il capitano di giustizia. — Badate a non cozzarvi per questo titolo col vicerè di Napoli.[4] —
E questo sarcasmo ed altri successivi ancor più amari del Bargilone andarono molto a sangue di quella platea composta d’individui che non erano al certo altrettanti Filangeri o altrettanti Beccaria per comprendere come il reo caduto in mano della giustizia, e durante l’esame e nell’atto della sentenza e fin sul palco di morte, debba divenire un sacro oggetto di dignitoso riguardo pel giudice. Chi fra i presenti avrebbe potuto aggradir meno simili scherzi sarebbero stati uomini del far di coloro che nel sagrato della Madonna del Sila udimmo lodarsi di alcune beneficenze del Leone; ma, oltrechè la plebaglia ama ridere di tutto e su tutto, la sua interessata gratitudine non dura più del potere di essere benefico in chi se la conciliò. Lo sgraziato Leone, stretto di catene e su l’orlo del suo patibolo, non era più che un vile assassino agli occhi d’ognuno.