— Che presa ha dunque fatta la giustizia di Cosenza? — chiese affatto buonamente il padre Venanzio.

— Nient’altro che quella del capo degli assassini, del Leone sorpreso mentre fuggiva entro un palischermo alla volta del faro di Messina; l’ho veduto nella distanza in cui vedo voi adesso; e ne volete sapere una singolare, padroncina? colui aveva sotto il pastrano un giubbettino simile affatto ad una delle divise da casa che portava il padre vostro, il mio defunto padrone. —

Un grido straziante atterrì tutta l’assemblea. Veniva il grido dallo sfortunato Luigi che prosternatosi ai piedi del padre Venanzio esclamò:

— Per carità! per le viscere di Cristo! buon religioso, restituite come glieli restituisco io, alla innocente ed infelice Maria i suoi giuramenti, le sue promesse; fate che si annulli il nostro infausto matrimonio. Quel misero.... l’uomo di cui si è parlato ora.... è mio padre! —

Per allora non profferì altre parole, che cadde con la faccia prostesa sul suolo.

Il volto della Maria divenne bianco come panno venuto allor dal bucato; la Concezione fu presa da orride convulsioni; il pallore del padre Venanzio divenne pressochè itterico; pareva il pallore dell’ira; forse la persona più presente a sè stessa in quella brigata fu quella che rimase più percossa da sì terribile annunzio, la stessa Maria che si adoperava a far rinvenire, accostandogli essenze alle nari, il giovine prosteso, il quale, fosse colpevole od innocente, ridotto in tale deplorabile stato avea diritto soltanto alla compassione.

Poichè tutti si furono riavuti alcun poco dal primo stordimento, e poichè Luigi, coll’opera dei servi cui fu d’esempio la pietà della loro padrona, si trovò adagiato più morto che vivo sopra una sedia a più cuscini, il padre Venanzio, in cui la giallezza dell’ira era già temperata da quello spirito di carità che era il più bel distintivo dell’ordine di Francesco di Paola, fu primo a volgere il discorso al giovine semivivo.

— Figliuolo, se siete compreso della gravità del vostro fallo è anche meglio il conoscerlo tardi che mai, e abbiam che fare con un padrone che accoglie a tutte l’ore chi si ravvede. Ma come avete avuto cuore di tradire questa buona giovine che dicevate di amare, d’ingannar me con tutto quell’aspetto d’ingenuità e d’indurmi indirettamente ad essere il cooperatore della vostra menzogna? —

Parve che gli spiriti semispenti di Luigi si rianimassero tutt’ad un tratto all’udire questo rimprovero che non cessava dall’essere amaro ancorchè temprato da tutta la mansuetudine di una indulgenza evangelica.

— Padre Venanzio, vi ho sempre rispettato, vi rispetto ancora, ma, perdonatemi, in questo momento non lo meritate.