— E un momento prima l’ho veduto sorridere — rispose Gennariello. — Sapete, compare Gervasio, che colui è una figura curiosa! Mi ci ero trovato vicino un’altra volta quest’oggi quando stavo guardando l’arrivo delle nostre milizie che si disponeano su la piazza, e quel galantuomo, guardando il giovine comandante che dava i suoi ordini, facea la stessa funzione; or sospirava, or ridea. Ci avete indovinato a chiamarlo un baggeo; senza dubbio un idiota abitante de’ più alti greppi dell’Apennino, un di coloro che vanno all’impazzata ove li portano le gambe e che ridono e sospirano agli angeli. Guardatelo là; è tornato adesso a bearsi nella contemplazione delle nostre guardie comunali. Del resto, Gervasio, parlaste benissimo quando, al proposito del defunto re Federico, diceste: Lui sì voleva esserci d’un grande aiuto! Non ci riesce il vicerè attuale, il magnifico don Gonzalvo di Cordova, che non è, per Dio! uno stupido, a liberarne da questo flagello!

— E certo — replicò Gervasio — fa di tutto a tal fine. La dite una bagattella l’ultima grida che mette sì grossa taglia su la testa dell’uomo, nominato da chi il Leone, da chi il Gran capitano degli Apennini, vero e primario capo degli assassini? Lo dite poco l’articolo V di tale grida: Chiunque sarà convinto d’aver prestato soccorso al malfattore o di essersi trovato o d’aver solamente potuto sospettare di essere stato in compagnia di esso senza portarne denunzia ai tribunali, fosse anche suo stretto congiunto, verrà assoggettato alle pene decretate contro ai suoi complici? Poi c’è gente appostata per tutta la Calabria a fine di sorprenderlo.

— Contatemi di agguati tesi e di taglie! — tornava a dire il massaio. — Il Leone mette le sue taglie anche lui, mette anche lui i suoi agguati e fa ogni giorno reclute, perchè i suoi soldati non hanno mica bisogno di certificati di moralità affinchè costui gli ammetta; va a trarseli fuori sin dalle galere di Taranto. Contro alla forza aperta ci vuol forza aperta.

— Zitti, zitti! — esclamò il giovinotto. — C’è qualche cosa or di meglio che chiama la nostra attenzione. Entra in chiesa adesso la fidanzata del comandante delle nostre milizie, la ricca figlia ed erede del cornetta Solis tanto beneficato sino che visse dal nostro attuale vicerè. Che bellissima creatura! Come ha fatto presto a girar gli occhi su l’amante e come subito si sono intesi! Per dir vero il sorriso del secondo è stato d’una gravità a lui insolita.... posso dirlo io che, come suo coetaneo, conosco il fare del signor Luigi Grifone.... ma comanda a gente più vecchia di lui e ha bisogno di tenersi in sussiego. —

Di fatto dinanzi alla porta maggiore della chiesa scendeva allora dal suo leggiadro e ben mansuefatto palafreno su cui era stata in groppa insieme con la nudrice e consegnava la sua cavalcatura ai propri famigli la bellissima Maria Solis, giovinetta di circa diciotto anni, di media statura, ma di leggiadrissime forme e dotata della più soave fisonomia, la cui carnagione bruna meridionale ricevea risalto dalle sue chiome nere vagamente inanellate, da due bei nerissimi occhi e dai più freschi e vividi colori della gioventù. Appena il giovine comandante ebbe contraccambiato lo sguardo espressivo che quella gli volse fu veduto dare alcune istruzioni ai suoi aiutanti, poscia entrare in chiesa egli pure. Ancorchè, come si è detto, i soldati comunali non avessero allora il distintivo di una divisa, i lor comandanti ben discerneansi a certe armadure più leggiere delle antiche e divenute piuttosto di lusso dopo introdotto l’uso dell’armi da fuoco. Quella del capitano Luigi Grifone era elegantissima e adatta quanto mai alle sue belle forme che il faceano apparire cotanto degno della promessa sua sposa.

— Come corre quel nostro Luigi! — notò il giovinotto. — Ha forse paura ch’ella gli scappi dalla porta di sagristia?

— Già la calamita ha sempre tirato il ferro — disse il massaio d’importanza assaporandosi, come se avesse il pregio della più rara novità, questo suo fiore di comparazione rettorica.

— Volete ridere? — soggiunse Gennariello — entra in chiesa anche il galantuomo dai sorrisi e dai sospiri. Ah! adesso si capisce tutto — aggiunse con vivace gaiezza. — È un rivale del capitano Luigi, e per questo lo ha squadrato sì a lungo. Aspettatevi una disfida! —

Certamente chi avesse veduto l’inconcludente affaccendarsi di quel vecchio che era or qua, or là, che appena tornato fuor di chiesa il capitano Luigi per mettersi a capo della sua soldatesca tornò fuori anch’egli; chi avesse veduto il suo frequente ridere e sospirare che pareva a credenza, avrebbe potuto giudicarlo come lo giudicò il nostro giovinotto. Però non sarebbe corso tanto nel sentenziarlo se avesse fatto mente all’espressione malinconica del volto smunto e sparuto del medesimo, alla sua fronte meditabonda e aggrottata, alla sua guardatura torva, non però truce, che potea sembrar forse piuttosto d’un uomo soggetto ad accessi di mania che d’uno scimunito.

Ma Gennariello la pensava così, ed il vecchio massaio gli disse: