— Si potrebbe forse, ma capite che non abbiamo tempo da perdere?
— Anche quel volpone di Lodovico il Moro, duca di Milano, consigliava queste nozze perchè nelle sue cose che piegavano male vedeva una sponda più sicura nei Borgia che nel povero re Federico. Ah! mio padre, affezionato alla famiglia de’ suoi naturali sovrani quasi tanto quanto se ne fosse stato un parente, cui parea quasi che il loro sangue fosse il suo sangue stesso, se lo sentiva gelar nelle vene alla sola idea che andasse a confondersi con quello della prostituta Vanozza! —
Qui pure il timorato monaco volse certe occhiate espressive all’insù. Che cosa esprimessero lo lascio pensare a voi.
— Piuttosto perdere mille volte la corona, era mio padre che diceva così al suo padrone, che soffrire una tal macchia sul vostro stemma reale. Piuttosto, maestà, giacchè vedo che non potete nemmeno fidarvi del vostro parente, più prossimo, il re di Spagna, chiamate in vostro aiuto il Turco! —
Che smorfia fu fatta allora dal povero padre Venanzio! e per dirla schietta anche senza essere un minimo di san Francesco di Paola e con tutta la civiltà e la gentilezza che oggidì ha introdotta, dicono, ne’ suoi dominii il sultano Mahmoud II, chi ne proponesse il bell’espediente di condurre i Turchi in casa nostra farebbe fare una smorfia anche a noi.
Avvedutosi Luigi del mal umore suscitato nell’animo del padre Venanzio, fu presto a citare l’esempio d’altri re di Napoli e del più eroico di tutti, Manfredi, che avevano adottato in più d’un caso lo stesso temperamento.
Più dì questa scusa la gran necessità di non perdere il tempo tornò serena la fronte del minimo che ascoltò il rimanente della narrazione di Luigi senza interromperla.
La sostanza di essa si riduceva a ciò: che le insinuazioni date dal padre di Luigi al suo re, saputesi dai grandi personaggi contro ai quali erano dirette, li voltarono tutti, o tristi o buoni che fossero, contro del consigliere, perchè la taccia d’avere proposto il partito di un’alleanza co’ Turchi, oltre all’essere un ottimo pretesto per perderlo a quegli stessi che ad un caso avrebbero fatto lega ancor col demonio, era tale da non essere al certo perdonata dal cattolico re di Spagna nè dal cristianissimo re di Francia. O il re Federico all’atto di rassegnar la corona dimenticasse il suo fedel servo, o gliel facessero dimenticare, Antonio Grifone non ebbe più in nessun paese della cristianità un palmo di terreno ove potesse sicuramente nominarsi col proprio nome. Quasi non bastassero alla rovina di quello sfortunato le possenti inimicizie che si era concitate contro, si unirono ad accusarlo, ad ordir calunnie, ad inventar colpe da lui non immaginate giammai coloro stessi ch’egli avea beneficati, circostanza che spiega com’egli fosse divenuto un odiator de’ suoi simili. Fattosi pertanto credere morto fin da suo figlio, che non avendo in allora maggiore età di quattordici anni all’incirca veniva educato in un collegio, vagò qua e là nascondendo il suo vero nome ad ognuno, fuorchè a quel noto banchiere cui andava consegnando danari per il suo Luigi che li credè per sì lungo tempo di buon acquisto.
Nel nuovo corso di vita intrapreso il padre di Luigi non credè nè ebbe l’intenzione di mettersi a capo di una banda d’aggressori. Nei momenti delle tempeste politiche vi sono sempre stati e vi saranno sempre ed uomini fanatici ed uomini che, cercando di pescare nel torbido, fanno lega coi primi. Fu pretesto di una di queste leghe segrete la chimerica impresa di liberare il duca di Calabria, figlio primogenito del re Federico, divenuto ostaggio, e ostaggio ben guardato a Madrid, di Ferdinando il Cattolico già padrone di tutto il reame delle due Sicilie. In questa congiura entrò gente di tutte le razze e, come accade sempre, gl’ingannati di buona fede furono in minor numero. Fu nella classe degli ultimi Antonio Grifone quando entrò capo di sì sconsigliata lega, che in fine si ridusse ad essere soltanto una lega di masnadieri, perchè in generale chi non era se non traviato dall’entusiasmo, vergognato di vedersi associato con uomini scellerati, battè alla meglio la sua ritirata. Il solo Antonio vi si mantenne, spinto in parte dal desiderio di esercitar vendette contro ai propri nemici che erano tanti, in parte dall’ambizione, perchè non furono rari in que’ giorni gli esempi di capi di scorridori divenuti condottieri d’eserciti ed onorati dai più alti monarchi; vel rattennero soprattutto l’odio concetto per gli uomini, l’amore sviscerato del figlio e la colpevole speranza di arricchirlo con quanto egli chiamava le confische delle sostanze de’ propri nemici; calcolo tanto più reo ed insensato che, se bene egli facesse con una certa premura questa distinzione nelle depredazioni che commetteva, gl’infami suoi seguaci certamente non la facevano. Era questa la banda di masnadieri che infestava pochi dì prima la Calabria e contro alla quale valorosamente combatteano e Luigi e le milizie comandate da lui.
— Io avrei continuato a credermi orfano — così questi proseguiva il suo racconto — io avrei continuato ad inseguire la banda dei masnadieri senza immaginarmi mai di portar l’armi contro a mio padre, se una sera, nel tornarmene dalla casa di Maria, non fossi stato assalito improvvisamente da un di coloro e se non mi salvava la vita un vecchio che fu pronto a stender morto a’ miei piedi il mio aggressore. Quel vecchio, non fu già un mio servo, come ho lasciato credere, quel vecchio.... ah padre Venanzio!