Intantochè i due sposi ed il minimo son costretti ad assaporarsi tutte le noie d’un viaggio così poco desiderato e fatto nella trista compagnia di un quarto individuo desiderato anche meno, il leggitore potrà fare una gita assai più piacevole trasportandosi insieme con noi nella ridente metropoli del regno delle due Sicilie. Egli non si aspetti però che lo conduciamo su la maestosa strada di Toledo e a quella magnifica piazza ove, rimpetto ad un sontuoso tempio intitolato a san Francesco di Paola, sta la porta maggiore del Regio Palazzo abbellito nel suo frontispizio da colonnati di granito che ne sostengono i balconi, da tre ordini di pilastri dorici, ionici e corinzii posti gli uni su gli altri, da una grande loggia vagamente ornata di vasi e piramidi che corona l’ultimo di tali ordini e donde l’occhio estatico può contemplare or quel vasto piano di scintillanti onde placide sempre e le più care e soavi fra quante ne offra verun mare dell’universo, or quella formidabile montagna ond’è accarezzato e minacciato a vicenda il più bel giardino della natura, il più ridente suolo del mondo. Questa deliziosissima reggia era ancora nella mente di Dio all’epoca della nostra storia, e il grande personaggio di cui andiamo ora in traccia avea per sua residenza quello stesso palazzo di cui si contentarono e il re Federico qui più volte commemorato e gli Aragonesi suoi predecessori; vale a dire la così detta Vicaría, edifizio vasto del certo e famoso per l’ampiezza e ricchezza delle sue sale, ma atto ad inspirare malinconia solo a chi pensi che i sotterranei di esso servivano alle prigioni di stato; laonde le regali mense s’imbandivano, le cortigianesche brigate s’interteneano lietamente, le danze dei sovrani s’intrecciavano su le teste di miseri destinati per la maggior parte all’estremo supplizio.

In una di queste sale stava al termine del suo convito in compagnia di scelti amici il Gran Capitano, don Gonzalvo di Cordova, vicerè di Napoli da lui governata a nome di Ferdinando il Cattolico. Della popolarità, del valore, della saggezza e rettitudine di questo celebre personaggio abbiamo già fatta menzione; d’altronde i pregi di lui son troppo autenticati dalla storia perchè accada molto il ripeterli.

Il tramonto della giornata che or descriviamo fu altrettanto lieto per lui quanto ne era stato tempestoso il mattino; poichè si svegliava appena quando gli era annunziata una sommossa di tutta la numerosa guarnigione spagnuola posta sotto i suoi ordini in Napoli. Gli vien riferito che questa s’innoltra a bandiere spiegate ostilmente alla volta della Vicaría; che vuole investirla, prenderla d’assalto. Solo, imperterrito, senza chiedere o accettar suggerimento da alcuno, con quella intrepida prontezza di mente che è la sola consigliera dei forti nel momento dell’estremo pericolo e che è posseduta unicamente da chi per altissime imprese giunse a stordire ed a signoreggiare gli animi della moltitudine, esce di casa, sol cinto della sua spada; s’affaccia alla massa degli ammutinati. Il più ardito di costoro osa farsegli incontro con la punta della sua picca voltatagli al petto. Il Gran Capitano gli ferma il braccio col proprio in atto amichevole e, come se costui si fosse intertenuto giocherellando sbadatamente, gli dice:

— Amico, non v’addimesticate troppo con quest’arma, chè potreste, non volendolo, farmi del male. —

Vinti da tanta fiducia, nessun di costoro sa più che cosa dire o che cosa fare.

— In somma, che avete di bello a contarmi, i miei camerati? — si fa placidamente ad interrogarli Gonzalvo.

— Gran Capitano, è un mese da che siamo senza paga!

— È un mese da che siamo senza paga! — molt’altre voci in un subito ed in una volta gridarono.

— Ah! adesso vi siete spiegati — soggiunse con aspetto di tutta piacevolezza il Gran Capitano. — Io veramente non ci ho colpa e non ce ne ha nemmeno il vostro e mio buon re che tanto vi ama ed apprezza; ma capite bene ch’egli non può far tutto da sè, egli che non vede mai tramontare il sole nella vastità dei dominii a lui conquistati da’ suoi guerrieri de’ quali voi siete il fiore. Una passeggiera dimenticanza di qualche suo subalterno avrà ritardato l’arrivo in Napoli di que’ capitali che doveano servire.... Ma non è giusto che voi ne portiate più a lungo la pena. Posso meglio soffrirla io. Là in quel palazzo, ove già vi vedo avviati, possedo suppellettili più di quante bastano per la vostra paga d’un mese. Continuate dunque il vostro cammino; vi prometto che non vi sarà opposta la menoma resistenza; pagatevi da voi medesimi, e con questa facoltà che vi concedo sì di buon grado, perchè si tratta solo d’un mio sagrificio, vi libero dal pericolo di macchiare i vostri allori con un atto della più nera, della più obbrobriosa ribellione. —

Le quali ultime parole furono profferite con un aggrottar di fronte e con tutta la severa energia che sarebbesi addetta a chi avesse contrapposto a quella masnada un esercito tre volte maggiore di essa. Nessuno ardì più movere un passo; tutti rimasero svergognati, tutti abbassarono l’armi.