Spesso è anche il modo di comportarsi dei Cristiani che distoglie Saladino dall'abbracciare la loro religione, per quanto egli sembri preferirla alle altre. Una celebre storia che gli si attribuisce,[35] è in realtà molto anteriore a lui: Pier Damiano, nel sec. XI, la riferisce a un re pagano contemporaneo di Carlo Magno, il falso Turpino al re saraceno Agolante, l'autore d'Anseïs de Carthage a Marsilio, quello delle Enfances Godefroi al re di Gerusalemme Cornumarant: tutti questi infedeli, per quanto disposti a convertirsi, sono sdegnati a vedere che i Cristiani, i quali dichiarano che i poveri sono «les messagers de Dieu»,[36] li trattano in modo cosí poco onorevole che ai banchetti, cui li ammettono, li fanno sedere in terra e non dànno loro che i rifiuti del pasto.[37] Una storiella narrata nelle Cento novelle antiche è piú puerile: Saladino, durante una tregua, invita a un pasto i Cristiani, e dà loro, per sedersi, dei magnifici tappeti, sui quali ha fatto ricamare ovunque croci d'oro; i Cristiani, senza porvi attenzione, calpestano le croci coi piedi e vi sputano sopra, donde Saladino conclude che solo a parole amano la loro religione.[38] Piú imprudenti sono i monaci, i quali, venuti per convertir Saladino, si lasciano ubriacare e indurre a un peccato piú grave ancora, abbandonando cosí la loro religione e le loro persone al disprezzo del sultano.[39]
Piú interessanti sono quei racconti, che fanno vedere il gran sultano titubante fra le tre religioni che si dividevano il mondo allora conosciuto. Il piú celebre e il piú bello è quello in cui un ebreo, che egli vuol confondere domandandogli qual sia la migliore religione, gli narra la parabola dei tre anelli;[40] tuttavia Saladino vi rappresenta una parte passiva che in origine non gli era stata attribuita. Una novella che nel secolo XIII raccolse il rimatore austriaco Jans Enenkel o Enikel mette il sultano piú direttamente in scena: «Quando fu vicino a morte, chiese lungamente a se stesso a qual Dio rimettere la sorte dell'anima sua, a quello dei giudei, dei mussulmani o dei cristiani: quale era il piú potente? Nel dubbio, volle conciliarseli tutti e tre. Possedendo egli una tavola fatta d'un enorme zaffiro, la fece spezzare in tre pezzi,[41] e ne fece portare uno alla principale sinagoga, uno alla chiesa e uno alla moschea di Gerusalemme, dopo di che morí».[42] Tutto compreso, noi abbiamo qui una speculazione abbastanza grossolana, come se ne attribuiscono a piú d'un sedicente barbaro convertito al cristianesimo;[43] però la novella è ancora imparziale, come quella dei tre anelli nella sua forma primitiva. I narratori cristiani non dovevano naturalmente limitarsi a ciò; già nella Chronique d'outre mer, compilazione del sec. XIII, della quale indicherò piú in là i diversi elementi, la bilancia pende dal lato della religione cristiana: «Ançois que il morust, manda il le califfe de Baudas et le patriarche de Jerusalem et des plus sages juïs c'om pot trover en la tiere de Jerusalem; car il voloit savoir por voir la quele lois estoit la meillors. Assés desputerent ensamble, et soustenoit cascuns la soie loi por la meillor. Li juï disoient qu'il ne pooit estre que Diex nasquist sans conception de pere et de mere et sans engendrement, et tout autretel dist li califfes; encontre tout çou fu li patriarces, et moult monstra de biaus examples et de bieles paroles. Quant Salehadins ot oïes les paroles de cascun, il dist que il ne se savoit a la quele tenir; dont fist trois parties de l'avoir que il avoit conquesté, si dona as crestiiens la meillour, et l'autre as Sarrasins et la tierce as jüïs, et si delivra tous ceus qu'il avoit en ses prisons».[44] Ma la forma di questo aneddoto, ad un tempo il piú ingegnoso e il piú favorevole al cristianesimo, si trova in una raccolta latina del secolo XIII, che ci è stata conservata in un prezioso manoscritto di Tours, e di cui noi dobbiamo la conoscenza a Leopoldo Delisle. Vi si racconta, come nelle precedenti versioni, che Saladino, prima di morire, fece venire l'ebreo, il cristiano e il saraceno, reputati tra i piú saggi di Gerusalemme, e domandò a ciascuno di essi qual'era la miglior loi: «La mia, disse l'ebreo, e se l'abbandonassi abbraccerei la legge cristiana, che ne discende. — La mia, disse il saraceno, e se l'abbandonassi abbraccerei la legge cristiana, da cui discende. — La mia, disse il cristiano, e a nessun costo l'abbandonerei per un'altra». Allora egli disse: «Quei due, abbandonando la loro legge, s'accorderebbero ad accettar questa; costui non accetterebbe altro che la sua: io la giudico la migliore e la scelgo».[45]
Le due tendenze che abbiamo osservate, una che fa di Saladino il portavoce di alcune satire contro la Chiesa, l'altra che lo mostra inclinato verso il cristianesimo, si riuniscono in un racconto di Bosone da Gubbio, che si riferisce ai viaggi del sultano in Europa: vedendo la cupidigia dei preti, specialmente del papa e dei cardinali, esclama che la religione cristiana è visibilmente la migliore di tutte, dacché il Signore dei Cristiani è abbastanza paziente e misericordioso per sopportare simili offese, ciò che non farebbe certamente il Signore delle altre leggi.[46] Qui abbiamo il primo abbozzo, assai goffamente tracciato, dell'ammirabile e mordace novella del giudeo Abramo nel Boccaccio, e della sua impreveduta conversione dopo il viaggio di Roma.[47]
Sia come si voglia, per un motivo o per l'altro, si credette volentieri che Saladino fosse stato internamente persuaso della verità del cristianesimo e che avesse altresí ricevuto il battesimo. Il manoscritto latino che è stato citato poco fa, lo riferisce, aggiungendo ut dicitur, come conclusione del suo consulto in extremis.[48] D'altronde bastò immaginare che avesse dovuto, per la presenza dei suoi, limitarsi ad una specie di simulacro, la cui virtú non sarebbe forse sembrata sufficiente a un teologo: «Une chose fist a la mort, dice il preteso zio di Saladino nei Récits du ménestrel de Reims, qui mout nous ennuia; car quant il fu si apressez qu'il vit bien que mourir le convenoit, si demanda plein bacin d'iaue. Et maintenant li courut uns varlez aporter en un bacin d'argent, et li mist a la main senestre. Et Salehadins se fist drecier en son seant, et fist de sa main destre croiz par deseure l'iaue, et toucha en quatre lieus sour le bacin, et dist: Autant a de ci jusques ci comme de ci jusques ci. Ce dist il pour qu'on ne se perceüst. Et puis reversa l'iaue sour son chief et sour son cors, et dist entre denz trois moz en françois que nous n'entendimes pas, mais bien sembla, autant comme j'en vi, qu'il se bautizast.[49]
III
L'ingegno di Saladino, i suoi successi, le sue grandi qualità personali ispirarono una naturale ammirazione ai crociati di Francia e d'Inghilterra, i quali, al seguito di Filippo e di Riccardo, erano andati a combatterlo in Siria; la tolleranza di cui, in generale, fece prova verso i Cristiani sottomessi al suo potere, l'umanità che spesso mostrò verso coloro che avea vinti,[50] ispirarono nei suoi avversari un rispetto ed anche una simpatia involontari. Per giustificare questi sentimenti s'era pensato di attribuirgli per la religione cristiana una inclinazione che era ben lungi dall'animo suo, ardentemente ed esclusivamente mussulmano. La stessa tendenza ha fatto nascere una favola piú singolare, secondo la quale il figlio d'Ayoub sarebbe stato, almeno in parte, di razza cristiana e francese: ciò spiega la sua pretesa simpatia per il cristianesimo e i suoi riguardi per i Franchi, oltre di che ciò permetteva a costoro di rivendicare una certa parte delle sue imprese e delle sue virtú. Questa favola sembra aver esistito sotto due forme differenti, entrambe fantastiche, e che s'incontrano solo nelle opere d'un carattere affatto romanzesco e popolare. Hanno di comune questo, che riavvicinano l'illustre sultano alla famiglia dei conti di Pontieu, intermediaria una donna, trasportata quasi miracolosamente in un paese saraceno e data in moglie ad un saraceno; differiscono in tutto il rimanente, ciò che ci fa credere ch'esse sieno sorte indipendentemente su questo semplice indizio, del quale è impossibile determinare l'origine. La meno conosciuta e la piú recente si trova in quel gran poema del sec. XIV, del quale è stato parlato piú innanzi. Secondo questo poema, una «dame de Pontieu», al momento in cui andava sposa a un favoloso Esmeré, cugino di Goffredo di Bouillon, è messa in mare in seguito ad una impresa disgraziata e trasportata dai venti da Nimaye (Nimègue) a Babilonia(!), dove il sultano Saladino la accoglie, la sposa, e ne ha un figlio chiamato come lui, che è il celebre conquistatore.[51] Piú tardi Giovanni di Pontieu, fratello della sultana, essendo caduto nelle mani di Saladino, costui che sa d'essere suo nipote, lo tratta con grandi riguardi, facendoselo amico; nel corso del poema, la parentela di Saladino col conte di Pontieu è spesso rammentata, e quando egli fa un viaggio in Francia, del quale riparleremo, dà occasione a parecchi incidenti.[52] Il cronista Jean le Long o Jean d'Ypres, abate di Saint-Bertin, il quale scriveva circa il 1370, non teme d'aggiungere agl'indizi che raccolse pro e contro Saladino questa singolare introduzione, tolta sia al nostro poema, sia al racconto che gli aveva servito di fonte: Saladinus Turchus, sed de matre Gallica Pontiva.[53]
In un'altra maniera, e molto piú lontana, l'origine francese di Saladino è presentata nel piccolo romanzo in prosa del secolo XIII conosciuto col titolo di Voyage outre mer du comte de Pontieu, o, meno esattamente, di La Comtesse de Pontieu. Questo romanzo è certamente esistito a parte, e ne abbiamo almeno una copia isolata;[54] ma è stato assai presto interpolato in una composizione piú estesa, che ho avuto già occasione di ricordare piú d'una volta, e che è chiamata col nome di Chronique d'outre mer. È una compilazione che non può farsi risalire oltre la metà del sec. XIII. Ci è stata conservata in tre manoscritti della nostra grande biblioteca, i nn. 770 (ant. 71853·3), 12203 (ant. suppl. fr. 445) e 24210 (ant. Sorb. 397) dei manoscritti francesi.[55] Il fondo di questa compilazione è formata dall'opera anteriore che si designa, secondo l'edizione che ne ha data il de Mas Latrie, sotto il nome di La Chronique d'Ernoul, e della quale sarebbe troppo lungo studiare qui gli elementi e le relazioni con la grande opera composita, volgarmente considerata come la continuazione di Guglielmo di Tiro, la quale occupa il secondo volume della raccolta degli Historiens occidentaux des croisades. La Chronique d'outre mer dei nostri tre manoscritti riproduce dapprima il testo d'«Ernoul» senza offrire molte piú varianti di quelle dei manoscritti ordinari. A poco a poco la fedeltà nel testo d'Ernoul diventa meno grande, senza cessare d'essere reale; ma ben presto s'intercala una narrazione estranea, la cui fonte è difficile a indovinare e il cui interesse è dei piú minimi, e che continua per lungo tempo a intromettersi nella narrazione presa a Ernoul. Si tratta d'una pretesa guerra di Saladino contro Galacienne «dame de Turquie», suo fratello Ranieri di Coine e i suoi alleati, il «calife de Baudas» e il re Corlin di Nubia; in questa lunga narrazione di intonazione storica, la quale non ha l'attrattiva del romanzo né il merito d'una autenticità qualsiasi, noi vediamo figurare i due figli di Saladino e alla loro testa Lycoredis, del quale l'autore ci dice espressamente: «Che fu chil Lycoredis dont on parla tant au siecle, mais li crestien l'apieloient Coradin».[56] Si tratta dunque di Malek-Moadam o Coradin (Cheryf-Eddin), figlio di Malek-Adel o Saphadin, per conseguenza nipote e non figlio di Saladino, e che certamente non era nato all'epoca in cui il nostro autore gli attribuisce favolose imprese.[57] A partire da questo momento però la Chronique d'outre mer s'allontana parecchio dal testo d'Ernoul, di cui sembra un riassunto fatto a memoria;[58] essa imbroglia nel modo piú inestricabile i fatti storici, soprattutto quelli che si riferiscono all'Occidente, già assai sfigurati nel suo modello, e ricorda all'incirca il tono del Ménestrel de Reims molto piú di quello d'un cronista serio. Quantunque essa non termini alla morte di Saladino, e prosegua sin verso l'anno 1228 il suo racconto incoerente e talvolta incomprensibile, tuttavia è la storia di Saladino quella che costituisce il pernio di tutta l'opera, come mostra l'explicit di due dei tre manoscritti (12203 e 24210): Salhadins fine chi. Però non bisogna sperare di trovarvi utili contributi per il soggetto che ora trattiamo: salvo la storia degli esordi del sultano, tolta a Ernoul, e i due aneddoti, raccontati del resto assai trivialmente, relativi alla sua morte, che abbiamo precedentemente indicati,[59] in quest'opera non v'è nulla che possa interessare né la storia reale, né la storia leggendaria o romanzesca. La versione in prosa dell'Ordre de chevalerie, che uno dei manoscritti della Cronaca (770) ha il merito di averci conservata, in origine non ne faceva parte. La stessa cosa può dirsi del romanzo del Voyage du comte de Pontieu, che si trova in due manoscritti (770 e 12203), ma che manca nel terzo (24210), il piú recente, sebbene il piú fedele dei tre. Degli amatori hanno inserito tardivamente nelle copie della Chronique d'outre mer tanto questo racconto quanto il romanzo.
Il quale ultimo è interessante in se stesso, ma non ha con Saladino se non una lontanissima relazione. Un cavaliere di nome Tibaldo, signore di Domart in Pontieu e nipote di Saint-Pol, ha sposato la figlia del conte di Pontieu (né il padre, né la figlia sono nominati). Dopo cinque anni trascorsi in una unione felice, ma sterile, i due sposi risolvono di andare in pellegrinaggio a San Iacopo per ottenere la posterità, che essi bramano. Traversando una foresta dove si trovano separati dal loro seguito, sono aggrediti da briganti che li depredano, legano Tibaldo e violano la moglie sotto i suoi occhi. Partiti i briganti, egli chiama la moglie per esser liberato. «La dame ala cele part ou mesire Thiebaus gisoit, et vit une espee gesir ariere, qui fu a un des larons qui ocis fu. Ele la prist, et vint envers son seigneur, plaine de grant ire et de mauvaise voulenté qui li iert venne, car ele doutoit mout qu'il ne l'en seüst mal gré de chou que il l'a voit ensi veüe, et qu'il ne li reprouvast en aucun tans et li mesist devant chou que avenu li estoit; si dist: Sire, je vous deliverrai ja. Lors haucha l'espee et vint vers son seigneur et le cuida ferir par mi le cors; et quant il vit le coup venir, si le douta mout.... si tressailli si durement que les mains et li doi li furent desserré, et ele le feri si que ele le blecha un poi et coupa les coroies de coi il estoit loiiés. Et quant il senti les loiiens laskier, il sacha a lui et rompi les coroies, et sailli sus en piés, et dist: Dame, se Diu plaist, vous ne m'ochirés meshui! Et ele dist: Chertes, sire, che poise moi!» Il conte compie il suo pellegrinaggio senza riparlar con sua moglie di questa strana avventura, «et l'en mena en son païs a ausi grant joie et a ausi grant honnour comme il l'en avoit amenee, fors de gesir o li». Però si trova obbligato, malgrado la sua resistenza, a raccontare l'accaduto al suocero, il conte di Pontieu, e la giovine donna, interrogata, non solamente riconosce la verità tutta intera del racconto, ma ripete: «Encore me poise il que je ne l'ochis». Il conte, meno indulgente di suo genero, infligge a sua figlia un crudele castigo. Trovandosi un giorno a Rue, la conduce in mare, con suo marito, in un battello, in cui egli ha fatto portare una botte, fuoco e pece. In alto mare la fa entrare nella botte, la quale vien turata e accuratamente spalmata di loto e la getta nel mare gridando: «Je te commant au vent et as ondes!» Alcuni mercanti fiamminghi che andavano nel paese dei Saraceni, pescano la botte e non sono poco sorpresi nel trovarvi una bella e giovine donna vicina a morire; la conducono a Aumarie[60] e la regalano al soldano del luogo. Costui la sospetta di alto lignaggio, quantunque essa nasconda ostinatamente il nome e la sua origine, s'innamora di lei, le domanda di rinnegare il cristianesimo e di divenire sua sposa. «Ele vit bien ke mius li venoit a faire par amours ke par forche, si li manda ke ele le feroit voulentiers». Ella dunque lo sposa, ne ha ben presto una figlia e piú tardi un figlio. Intanto il conte di Pontieu, suo figlio e suo genero vivevano nel dolore, e il primo si pentiva della sua crudeltà. Tutti e tre si fanno crociati, e al ritorno della Terra Santa un naufragio li getta ad Aumarie. Il soldano li fa mettere in prigione, e perché, in un giorno di festa, i suoi arcieri, secondo l'uso, gli domandano un cristiano per servir loro di bersaglio, egli fa estrarre dalla prigione il conte di Pontieu. La moglie del soldano, quando lo vede, si sente commossa, e altrettanto fa per il suo primo marito e per suo fratello. Un giorno li scongiura di dire tutta la verità, e domanda loro che cosa è avvenuto di colei ch'essi han detto essere stata la moglie dell'uno, la figlia e la sorella degli altri. Il conte di Pontieu le narra tutta la storia negli stessi termini coi quali l'autore l'ha già detta. Quando essa ascolta la narrazione del delitto che ha voluto commettere la moglie di Tibaldo, esclama, come se il suo sentimento di pudore femminile bastasse a farle comprendere l'azione ispirata a un'altra donna da questo sentimento: «Ha! sire, bien sai por coi ele le vaut faire. — Dame, por coi? — Chertes, fait ele, por la grant honte que il avoit veü que ele avait soferte et receüe devant lui. Quant mesires Thiebaus l'oï, si commenche a plourer mout tenrement et dit: Halas! quel coupe i avoit ele? Ja por chou piour semblant ne l'en eüsse fait, car che fu mal gré sien. — Sire, fait la dame, che ne cuidoit ele pas».[61] D'altronde il conte di Pontieu e Tibaldo non dubitano che la loro figlia e moglie non sia morta. «Ma, dice la sultana, sareste contenti di sapere che vive ancora?» Entrambi assicurano che nulla potrebbe recar loro gioia piú grande. «Quant la dame ot oïes lor paroles, si li atendri li cuers, si loa Diu et en rendi graces a lui, et lor dist: Or gardés k'il n'i ait feintise en vos paroles. Et il respondirent et dirent: Dame, non a il. La dame commencha mout tenrement a plourer, et lor dist: Sire, or poés vous bien dire ke vous estes mes peres, et je sui vostre fille, ichele dont vous presistes si cruel justiche; et vous, messires Thiebaus, estes mes sires et mes barons; et vous, sire vallès, estes mes freres». Questa scena non manca certamente di patetico nell'estrema semplicità della forma; richiama involontariamente il dialogo di Giuseppe con i fratelli in Egitto, e ha valso in gran parte al nostro racconto l'interesse, che non ha cessato di esercitare sin da quando è stato posto nuovamente in luce. — Qualche tempo dopo, la donna trova il modo di evadere con i suoi conducendo con sé il figlio che ha avuto dal sultano; si fa assolvere a Roma, dove ritorna alla fede cristiana e rinnova il suo matrimonio, e tutti ritornano nel Pontieu. Piú tardi il figlio del soldano d'Aumarie, che è stato battezzato col nome di Guglielmo, sposa la figlia di Raul di Préaux, potente barone normanno, e diventa signore di Préaux; il figlio del conte di Pontieu muore giovane, e i due figli che Tibaldo ha avuto da sua moglie dopo la loro riunione ereditano per conseguenza uno la contea di Pontieu, l'altro quella di Saint-Pol. Intanto la figlia del soldano era rimasta presso suo padre: «Elle crut en grant biauté et mout devint sage, et fut apielee la Bele Caitive, por chou que sa mere l'avoit laissiee ensi comme vous avès oï». Ella sposa «un Turc mout vaillant», chiamato Malakin di Baudas, che la conduce nel suo paese e «de chele dame ki fu apielee Bele Caitive fu nee la mere au courtois Turc Salehadin, qui tant fu preus et sages et conquerans».[62]
La storia straordinaria della figlia del conte di Pontieu è uno dei racconti medievali che sono stati piú presto esumati e ringiovaniti. Nel 1679, il Citri de la Guette pubblicava sotto il titolo d'Histoire de la conquête du royaume de Jérusalem sur les chrétiens par Saladin, una traduzione in francese moderno, generalmente assai esatta, della Chronique d'outre mer, con le due interpolazioni dell'Ordre de chevalerie e del nostro romanzo.[63] Da questo libro, con molta probabilità, il comandante di Vignacourt prese l'idea almeno di una parte importante dell'opera che pubblicò nel 1723 in due volumi: Edèle de Ponthieu, nouvelle historique. Tuttavia egli conservò ben poca cosa del vecchio racconto, e soppresse, per dire il vero, tutto ciò che ne costituiva l'originalità e anche l'interesse.[64] La signora de Gomez fu meglio ispirata nella sua Princesse de Ponthieu, che inserí nelle due Journées amusantes:[65] salvo qualche lieve modificazione, essa seguí l'antico racconto, che conosceva certamente per il libro del Citri de la Guette. Non ne resta, al contrario, quasi nulla nella tragedia del La Place, Adèle, comtesse de Ponthieu, debole imitazione della Zaïre, rappresentata nel 1757;[66] quanto all'opera del Saint-Marc, Adèle de Ponthieu, data nel 1776 e due volte posta in musica, non ha assolutamente di comune con le due opere precedenti altro che il nome dell'eroina.
Questo nome merita di fermarci un istante, perché ha indotto a singolari conclusioni sul romanzo che esaminiamo. L'eroina del romanzo è anonima nell'opera originale; tale è rimasta nel Citri de la Guette e nella signora de Gomez, che ne ha fatto solamente una principessa. A quanto pare, il comandante di Vignacourt ebbe per primo l'idea di darle il nome di Èdèle, che il La Place ha imitato cangiandolo in Adèle: questi due nomi non sono che la variante uno dell'altro, ed entrambi erano poco in uso durante il sec. XVIII. Si trova nella famiglia di Pontieu una Adela, figlia di Giovanni II e moglie di Tommaso di Saint-Valeri alla fine del secolo XII: percorrendo qualche genealogia, il Vignacourt avrà messo gli occhi sopra questo nome, l'avrà trovato di suo gusto e l'avrà dato alla sua eroina, lasciando al marito il cognome di Saint-Valeri, ma sostituendo al nome di Tommaso quello piú decoroso d'Enguerrand. La tragedia del La Place, che ebbe qualche successo, consacrò il nome d'Adèle di Pontieu (sostituito da lui a Édèle), e quando si riscontrò che effettivamente vi era stata una Adela nella famiglia di Pontieu, si credette d'aver trovato la prova che il vecchio romanzo non fosse senza fondamento storico, e, seguendo il processo abituale in simili casi, si cercò di rinvenire questo fondamento, eliminando dalla narrazione ciò che era troppo evidentemente meraviglioso ed inverosimile. Il Louandre, nella sua Histoire d'Abbeville, dopo d'aver menzionato Adele, figlia di Giovanni II di Pontieu e sposa di Tommaso di Saint-Valeri, aggiunge: «Fu questa giovane e bella principessa che i briganti oltraggiarono e che Giovanni fece precipitar nei flutti, credendo di cancellare in questo modo l'affronto fatto al suo sangue.[67] Questa avventura, cosí come la conosciamo, si è senza dubbio alterata e la finzione, come nella tragica storia della dama di Coucy,[68] vi tiene posto piú della realtà. Sia come si vuole, Adele è restata nel Ponthieu l'eroina d'una tradizione celebre.[69] Il ricordo della sua sciagura, dopo aver ispirato i trovieri del Medio Evo,[70] ha fornito il soggetto ad opere in musica, a tragedie e a poemi per i verseggiatori moderni».[71] Il Louandre avrebbe dovuto rammentarsi che il romanzo fa della figlia del conte di Pontieu la bisavola di Saladino: essa avrebbe dovuto dunque nascere verso il 1070,[72] mentre che Ale (è la vera forma francese di Adela) di Pontieu nacque verso il 1160; del resto, non si trova, beninteso nella: storia, alcuna traccia della tragica avventura attribuita qui alla moglie di Tommaso di Saint-Valeri. Ciò non ha impedito agli ultimi editori del romanzo del secolo XIII di dire, citando il Louandre, che «nelle avventure della nostra eroina non è tutto fittizio», e che essa ha esistito «sotto il nome di Adele di Ponthieu, moglie di Tommaso di Saint-Valery e figlia di Giovanni I di Ponthieu, durante la seconda metà del secolo XII».[73] Ahimè! anche la sua esistenza, in quanto figlia unica d'un conte di Pontieu[74] maritata a un Tibaldo di Domart,[75] non è reale piú delle sue disgrazie, o dell'introduzione di tre figli nelle liste genealogiche delle case di Pontieu, di Saint-Pol, e di Préaux: i valorosi Guglielmo, Giovanni e Pietro di Préaux, questi fedeli compagni di Riccardo, che combatterono cosí valorosamente contro Saladino, non sospettavano affatto d'esser suoi cugini e d'avere avuto per avolo il figlio del soldano d'Almeria!