Il nostro romanzo ci presenta probabilmente, seguendo un fenomeno assai conosciuto, l'applicazione d'una novella popolare a un dato leggendario, da cui era del resto indipendente. Si credeva, senza che noi sappiamo come questa credenza nascesse, che la figlia d'un conte di Pontieu avesse sposato uno degli avoli di Saladino: si cercò d'immaginare per quali avventure essa avesse potuto essere trasportata in paienie e risolversi a sposare un saraceno. Si fece uso di un racconto assai commovente, che apparteneva a un gruppo di narrazioni molto sparse nel Medio Evo, le quali hanno per iscopo di dimostrare che gli uomini s'arrogano a torto il diritto di giudicare e di condannare le colpe dei loro simili, e che la misericordia divina confonde spesso con dei prodigi la pretesa giustizia umana. Noi possediamo una variante abbastanza bella, quantunque tarda (secolo XIV), del tema cui sembra appartenere la novella della bisavola di Saladino: il Dit des annelets. La colpa della moglie qui è diversa, piú grave in realtà, quantunque non sia se non intenzionale: partita con suo marito dal Boulonnais, come la nostra eroina dal Pontieu, per il pellegrinaggio di San Iacopo, essa si lascia trascinare, quasi contro sua voglia, a seguire in un castello solitario un cavaliere, che ha incontrato i viaggiatori e che s'è unito ad essi; quando il marito li sorprende, ella sostiene l'audace menzogna del suo complice (che non è ancora tale di fatto) assicurando esser questi il marito e l'altro un intruso. Un dibattito giudiziario ha luogo tra i due rivali, e già il pentimento piú sincero e piú profondo s'è impadronito del cuore della povera donna, la quale non trema che per il suo sposo. Vincitore, questi la conduce nel loro paese, e là, convocando tutti i suoi parenti ed amici, racconta l'avventura senza nominarne i personaggi, e domanda qual giudizio si darebbe della colpevole, che non solamente ha voluto tradire, ma ha rinnegato suo marito. Il padre della dama dice che, se avesse potere sopra una donna simile, la condannerebbe, e tutti sono del suo parere. Il marito allora, dichiara che si tratta di sua moglie, ma che la punirà in modo da non disonorare la famiglia. La conduce a Wissant,[76] e l'abbandona sul mare in un battello senza ormeggi.[77] Prima di abbandonarla, le fa mettere nelle dita dieci anelletti di ferro, che le entrano nella carne, e getta nell'acqua l'anello d'oro che ella gli aveva dato in altri tempi, dichiarando che si riconcilierà con lei sol quando Dio glielo renda. Trasportata dai flutti in un'isola deserta, vi è raccolta da un conte spagnuolo che ha pietà di lei, la trova bella, le offre invano di sposarla, e, dietro sua domanda, la fa entrare, insieme con dodici beghine, in una casa lungo la strada di San Iacopo, dove essa pratica opere di misericordia verso i pellegrini. S'indovina che dopo qualche tempo si rinvenga nel corpo d'un pesce l'anello gettato nel mare, che il marito ritorni in Galizia per implorare da San Iacopo di riunirlo con sua moglie, che egli la ritrovi, e che, quando le ha perdonato, gli anelli di ferro che avevano quasi marcito le dita e che essa non aveva mai voluto far togliere cadano da sé, per un miracolo di Dio. Si ponga a confronto la prima parte di questa leggenda, alquanto modificata, con una delle scene di riconoscimento che sono frequenti nelle novelle e specialmente in quelle del ciclo cosí ricco e cosí vario della «moglie innocente e perseguitata», e si avrà all'incirca il nostro romanzo, meno gl'incidenti e i particolari che ha saputo aggiungervi, con discreta felicità d'invenzione, colui che l'ha redatto. Gli è stato sufficiente dare all'eroina un conte di Pontieu per padre, maritarla temporaneamente a un soldano saraceno e fare della nipote la madre del gran Saladino, per dare al suo romanzo un interesse maggiore, molto gustato, e riannodarlo con una leggenda che si conosceva vagamente senza sapere su quale fondamento s'appoggiasse.
Non è dunque sorprendente che questo romanzo abbia avuto successo. È passato in Jean d'Avesnes, ma il redattore del secolo XV non si è limitato a ringiovanire la lingua del romanzo del Dugento: anche seguendo assai da presso gli avvenimenti,[78] ha completamente rinnovato lo stile sul gusto del suo tempo e alla semplicità un po' secca del racconto antico ha sostituito una rettorica che, pur non essendo, qua e là, priva di merito,[79] non pecca meno in generale per l'enfasi[80] e la prolissità. Come si è già veduto, ringiovanito nel Seicento, il nostro romanzo ebbe nel secolo XVIII una voga letteraria da compararsi a quella del Châtelain de Couci; doveva però questa voga al suo interesse intrinseco, e non alle origini di Saladino, che i rifacitori avevano persino creduto di dover sopprimere.[81]
IV
Al contrario, si tratta proprio di Saladino in un gruppo di novelle, le quali si riferiscono ai viaggi che in incognito avrebbe compiuti in Occidente. Questi pretesi viaggi sono stati oggetto di parecchi racconti che noi troviamo in Francia, in Italia, e in Ispagna. In Francia non ci se ne presentano in epoca assai remota, ma è assai probabile, come vedremo, che le narrazioni italiane abbiano avuto fonti francesi ora perdute. Attualmente noi non ritroviamo una storiella di questo gruppo che nel poema (scritto dopo il 1350) del quale Baudouin de Sebourc e il Bastart de Bouillon sono due rame; essa non ci è neanche pervenuta nelle redazioni versificate, bensí in Jean d'Avesnes ne abbiamo una in prosa, evidentemente fedele, e i riferimenti ripetuti e precisi che ne son fatti nel Baudouin e nel Bastart non permettono di dubitare che abbia figurato nel poema.[82] Questa storia, tal quale viene presentata qui, è, almeno nella prima sua parte, la semplice imitazione d'una finzione piú antica, appartenente al ciclo della prima crociata e riferita a tutt'altro personaggio che Saladino. Il poema delle Enfances Godefroi, il quale, nella sua forma attuale,[83] è stato redatto circa il 1160, contiene un lungo episodio che è unito al rimanente con un legame assai debole, e che ha dovuto formare in origine un poema isolato, alquanto anteriore a questa data: è il «voyage de Cornumarant». Cornumarant, re di Gerusalemme (personaggio importante degli antichi poemi sulla prima crociata), avendo avuto sentore di una predizione, secondo la quale il duca Goffredo di Bouillon deve togliere la città santa ai Saraceni, va in Francia con un interprete, con l'intenzione di conoscere la potenza del duca e di ucciderlo, se può: come sia riconosciuto dall'abate di Saint-Tron, come riveli l'esser suo a Goffredo, come rinunzi al progetto di omicidio, non è quello che devo raccontare qui. Quanto a Saladino, non è una profezia che lo conduce in Occidente, è semplicemente il desiderio di «veoir la noblesse et le maintien des chrestiens».[84] Si fa accompagnare da suo zio Giovanni di Pontieu (v. addietro p. 27) e da Huon Dodekin, divenuto Huon di Tabarie, cui deve l'ordine di cavalleria (v. addietro p. 11, n. 2). Sbarcano a Brindisi, passano per Roma, traversano la Lombardia e arrivano a Parigi: «Deux ou trois jours furent les barons a Paris pour eulx donner joye, et jamais ne leur eust illec anuyé, pour ce que c'est ung droit monde».[85] Il re Filippo non c'era, ma sono ricevuti dalla regina (che non è nominata), alla quale Saladino fa una viva impressione. I viaggiatori vanno a Saint-Omer, dove risiede il re, e Saladino difende vittoriosamente in singolar tenzone l'innocenza ingiustamente accusata di una fanciulla della famiglia dei conti di Pontieu. A Cambrai si combatte un magnifico torneo, nel quale Saladino ottiene il premio, rovesciando lo stesso re Riccardo d'Inghilterra. La «largesse» e la «courtoisie» dello sconosciuto eguagliano la sua valentia, e la regina ne è sempre piú invaghita. Glie lo dichiara senza ambage e si dà intieramente a lui; anch'egli finisce per confessarle l'esser suo, ma ciò non toglie che ella seguiti ad amarlo.[86] Finalmente egli se ne va in Siria. Però ben presto ne ritorna in tutt'altre condizioni, con una flotta immensa e col proposito di conquistare la Francia: Huon di Tabarie e Giovanni di Pontieu riescono a stornare sull'Inghilterra l'invasione minacciante, e l'Inghilterra stessa è salvata, grazie soprattutto al valore dei cavalieri francesi, in un episodio (il Pas Salehadin) sul quale ritorneremo piú tardi. Ben presto, ritornando in Siria, Saladino viene a sua volta assalito colà dai re di Francia e d'Inghilterra. Questa seconda parte del racconto non è, come si scorge, affatto in relazione con la prima, nella quale vediamo il soldano visitare la Francia per semplice curiosità.
Non unicamente per questo sentimento, ma anche in previsione di una crociata imminente e per il desiderio di informarsi delle forze dei Cristiani,[87] Saladino si risolve a percorrere il mondo nella maggior parte dei racconti italiani. Il piú antico sembra esser quello di Bosone da Gubbio (v. piú addietro, p. 11), del resto assai confuso.[88] Il re di Francia, secondo Bosone, era stato fatto prigioniero da Saladino con molti altri suoi baroni, tra i quali il conte Artese;[89] Saladino usa molte cortesie a quest'ultimo, lo mette in libertà, e gli annunzia che gli farà una visita in Francia. Infatti, travestito da eremita, gli si presenta qualche tempo dopo; quindi, sotto le spoglie d'un mercante, visita col conte l'Europa e critica la prodigalità del re in relazione coll'avarizia del papa.[90] In seguito, nel romanzo di Bosone, accade un'altra avventura la cui scena è in Ispagna: un cavaliere, Ugo di Moncaro, è di un'estrema cortesia verso Saladino, senza riconoscerlo, e di ciò il soldano lo ricompensa piú tardi, quando Ugo è caduto nelle sue mani dopo una disfatta dei Cristiani, rinviandolo libero in patria con altri dieci prigionieri e un presente di dieci mila pezze d'oro.[91]
Secondo il Rajna, queste novelle sono d'origine francese, e niente è piú probabile, sebbene siano singolarmente alterate dalla trasmissione orale. I commentatori di Dante, citati dal Rajna e dal Fioravanti, ci mostrano che durante il secolo XIV questa idea dei viaggi di Saladino era molto sparsa in Italia: «Questi, dice Iacopo della Lana, fue soldano di Babilonia, lo quale fue sagacissima e savia persona, sapeva tutte le lingue,[92] e sapeva molto bene trasformarsi di sua persona; cercava tutte le provincie e tutte le terre sí de' Cristiani come de' Saracini, e sapeva andare sí segretamente che nulla sua gente né altri lo sapea». Il Boccaccio, nel suo commento, ci attesta anche la diffusione di questa tradizione: «Credesi che, trasformatosi, gran parte del mondo personalmente cercasse, e massimamente intra' Cristiani, li quali, per la Terra Santa da lui occupata, gli erano capitali nemici». Sembra evidente, come è stato notato,[93] che quest'ultima parte della frase indichi che Saladino esplorasse i paesi dei Cristiani allo scopo d'informarsi delle forze delle quali avrebbero potuto disporre contro di lui. Lo stesso Boccaccio lo dice espressamente nella bella storia di Messer Torello (Decam., X, 9), il quale, come Ugo di Moncaro, si mostra, a Pavia, d'una cortesia squisita verso Saladino vestito da mercante, e piú tardi riceve da lui una meravigliosa ricompensa:[94] Saladino aveva intrapreso il suo viaggio in «Ponente» per vedere da se stesso i preparativi della crociata, a tempo di Federico I. Era insomma uno spionaggio, e se il sultano fosse stato riconosciuto, rischiava di pagar molto cara la sua temerità.
Tuttavia ciò accadde una volta,[95] ma impunemente, se si deve credere a un altro novellista, questa volta spagnolo, D. Juan Manuel, che scriveva alla metà del secolo XIV. Nella novella L del Conde Lucanor, Patronio narra al suo padrone che in Egitto Saladino s'era invaghito d'una dama bella e virtuosa, sposa d'uno de' suoi principali cavalieri. Costei gli promette d'esaudirlo quando avrà risposto alla seguente questione: «Quale è la miglior cosa che possa essere nell'uomo e diventare la fonte di tutte le virtù?» Il soldano ha un bel riflettere e cercare, non trova nulla; invano interroga tutti quelli che ravvicinano. Allora, travestito da giullare, in compagnia di due altri giullari, percorre il mondo, l'Italia, la Francia, domandando ovunque una risposta che non ottiene mai. Finalmente in Ispagna incontra un cavaliere che lo porta da suo padre, vegliardo assai saggio; costui un tempo era stato prigioniero di Saladino, il quale lo aveva trattato molto bene; dapprima lo riconosce, ma non se ne fa accorgere pubblicamente. Egli risponde alla questione: la miglior cosa che possa essere nell'uomo è la vergogna (vergüenza); poi chiama a parte il soldano, e gli dice che lo riconosce, ma che non lo tradirà. Saladino ritornato in Egitto va a trovare la dama e le dà la risposta del vegliardo; essa gli dice che è buona, ma gli fa un'altra questione: «Non si considera egli come il miglior uomo che viva?» Egli confessa di sí; allora l'esorta a riunire la miglior cosa del mondo col miglior uomo del mondo, e Saladino commosso cambia in rispettosa amicizia la passione che aveva per lei.[96]
V
Questo racconto, il quale per il suo spirito e per il modo onde procede, sembra esser venuto in Ispagna dalla Provenza, ci conduce a parlare degli amori di Saladino: non era possibile che un modello cosí completo di tutte le virtù cavalleresche, rimanesse estraneo all'amore. Lo nota espressamente l'autore della prima delle Cento novelle antiche: «El Saladino fo sí valoroso, largo, cortese signore e d'anemo gentile, che ciascuno ch'al mondo era en el suo tempo dicea che senza alcun difetto era onne bontà in lui compiutamente». Ma gli mancava l'amore: Bertran de Born (in qual modo si trovava in relazione con lui?) volle dargli questa suprema perfezione, e gl'indicò una dama che era la migliore che esistesse, spronandolo ad amarla «per amore». Saladino rispose che aveva quante donne volesse e che le amava tutte. Però il trovatore gli mostrò che ciò non aveva niente di comune con l'amore vero, l'amore cortese, delicato e raffinato, e glie ne diè la spiegazione. Subito il sultano, esaltato da questi discorsi, si porta con un esercito nel paese dove abita la dama, paese che gli è ostile, l'assedia nel suo castello e sta per impadronirsene, quando ella lo fa chiamare e gli dice che non sono questi i segni dell'amore che si è soliti dare. Udite le sue proteste, ella gli ordina di ricondurre il suo esercito: «E per accordo a me lasci el cor tuo e 'l mio ne porti, e siano sempre uno in tutta simillianza. E cosí fu el comiato». Saladino aveva preso una lezione completa d'amor cortese, ma doveva trovarlo un po' arido.
Era predestinato, sembra, ad ascoltar da donne amate da lui risposte nobilissime e savissime, ma poco incoraggianti, e delle quali voleva non di meno soddisfarsi. Si legge in Jean d'Avesnes che, essendosi impadronito d'un castello, in cui si erano rinchiuse duecento dame con la principessa d'Antiochia, trattò quest'ultima assai cortesemente, e non poté impedirsi d'essere sensibile alla beltà di lei e alle attrattive della sua conversazione, tanto che egli «la requist d'estre sa dame et sa maistresse, ce que par adventure elle eust voulentiers fait s'il eust esté crestien et s'elle eust esté impourveue de mary.... Si respondy le plus doulcement qu'elle peut a Salhadin, soy reputant de mendre estat qu'a si grant prince appartenoit, et disant, qu'il devoit premierement amer Dieu [plus] que aultre chose avant qu'il requist dame crestienne d'amours, metant en sex excusacions que sans icelluy rien ne peut estre mené a bonne fin. De laquelle responce Salhadin fut assez contempt».[97]