E lo stesso perchè il Della Valle, mortificato, chiedeva inutilmente a sè medesimo:

—Che sia stato il Vharè a ispirare nell'animo della duchessa tanta avversione e tanta diffidenza contro di me?…

Il conte Eriprando, che ormai non si poteva più muovere a cagione della gotta che lo tormentava, non fu presente a Santo Fiore per la cerimonia nuziale. Il parentado vi fu rappresentato invece da una marchesa genovese, cugina di Prospero Anatolio; una vecchia quasi cieca e sorda, che non faceva altro che sorridere scioccamente. Tuttavia, quantunque il matrimonio si celebrasse in famiglia, Prospero Anatolio non volle perdere l'occasione di stringere qualche influente legame; i testimoni furono scelti fra i pezzi grossi delle due Camere, e dovevano arrivare in pompa magna, il giorno stesso della firma e della benedizione.

La duchessina, intanto, avea fatto precedere il giorno solenne da una novena rigorosissima, con digiuni ed esercizi spirituali; il tutto ordinato e disposto da don Vincenzo, che sfoggiò per l'occasione un camice nuovo con ricami e pizzi di gran valore: un regalo della piissima miss.

Pareva quasi che Lalla non fosse alla vigilia di maritarsi, ma che all'indomani dovesse pronunziare un voto monastico: vestiva sempre di nero, nascondendosi la faccia con un velo fittissimo, restando molte ore in chiesa, o ginocchioni a pregare, o seduta a leggere l'uffiziolo, non mangiando altro che legumi; senza frutta, senza dolci. Giorgio quasi non le poteva più dire nemmeno una parola, e gli era proibito anche di stringerle la mano, senza contare ch'egli pure, volere o non volere, dovette confessarsi di tutti i suoi peccati e comunicarsi… cosa che egli fece una mattina, quasi di nascosto, in camera di don Gregorio.

In sulle prime, Giorgio aveva tentato di opporsi a quelle prepotenze; ma Lalla si mostrò inflessibile, e così a mano a mano, un giorno per non disgustarla, un altro perchè era un po' malatina, egli terminò con fare sempre tutto quanto desiderava e voleva la capricciosa.

La cerimonia della comunione di Lalla fu solenne: anzi più solenne che commovente. La chiesa era affollata come un teatro; e fra le autorità si vedeva in prima linea il signor Domenico, il quale teneva d'occhio attentamente il duca d'Eleda quando si sedeva, si alzava, o s'inginocchiava, per fare subito altrettanto.

C'erano tutte le fanciulle della Dottrina Cristiana, presiedute dalla Veronica che aveva scritto, per l'occasione, un'ode, in poesia, nella quale encomiando le pie virtudi della nobile donzella e le larghezze sue al tempio, ai mendichi e ai grami le augurava che fossero:

Pegni d'immenso gaudio
Che dura eterno ognor.

La signora Veronica non era punto mutata: secca, striminzita nell'abitino nero, stinto, di seta gros, aveva sempre il fegato avvelenato dalla gelosia contro l'Ottavia, che adesso le contendeva vittoriosamente l'effetto erotico dei vergissmeinnicht sul vice pretore.