La duchessina rimase genuflessa sulla viva pietra dell'altare tutto il tempo che durò la funzione, e quando don Vincenzo le avvicinò la sacra particola alle labbra; era tanto commossa che pareva venisse meno da un momento all'altro.

Rientrata in casa, ritrovò don Gregorio che l'aspettava; era lui che all'indomani doveva celebrare le nozze. Lalla, vedendolo, gli si gettò subito fra le braccia, poi volle per forza inginocchiarsi di nuovo, per essere benedetta anche da don Gregorio.

—Sì, sì; che il Signore sia con te, figliuola mia,—mormorò il buon vecchio, accarezzandole i capelli colla mano tremante;—sempre con te, e ti conceda perennemente quella felicità che oggi ti trabocca dal cuore. Ma non dimenticare che noi tutti, su questa terra, abbiamo una missione da compiere, e che ci attende un—al di là—inesorabile. Sii sposa affettuosa e sommessa; e se un giorno il Signore volesse porre alla prova la tua costanza, il tuo coraggio, la tua cristiana rassegnazione, devi ricorrere fiduciosa a tua madre; essa non avrà che a cercare nella sua vita per confortarti e per edificarti coll'esempio di virtù sante e modeste.

La voce di don Gregorio, a questo punto, fu rotta da un singhiozzo. Piangevano tutti: Maria stringeva Lalla fra le braccia, convulsamente, coprendola di baci e di lacrime, e offrendo a Dio quello strazio del proprio cuore, purchè Iddio la ricambiasse con altrettanta felicità per la sua figliuola.

L'emozione di Lalla era grande, indescrivibile, e già si temeva che ne potesse soffrire anche la sua salute, quando fortunatamente, per distrarla in buon punto, arrivò un facchino della stazione, con una cassa sulle spalle.

Era l'abito da sposa della duchessina, che arrivava fresco fresco da
Parigi.

La Giulia che lo aspettava da due giorni, appena vide il facchino colla cassa sulle spalle, battè le mani con un grido di contentezza e corse subito in cerca di Lalla.

Lalla, che pure ci aveva il cuore sospeso, prima ancora che Giulia glielo dicesse, indovinò che si trattava dell'abito e se ne andò di corsa dietro alla cugina senza più badare, senza salutare nemmeno don Gregorio. Poi colla Giulia, miss Dill, la Luigia, la Nena e colla marchesa di Genova, che si trovava avvolta, presa, spinta da quella folata di ragazze, senza capire un ette di ciò ch'era avvenuto, Lalla seguì Lorenzo, che adesso portava lui la cassetta sulle spalle. Tutte insieme facevano grandi profezie sul taglio e sulle guarnizioni e discutevano animatamente a proposito del giorno in cui il vestito doveva essere stato spedito da Parigi.

—Sì, doveva essere il giorno, precisamente, in cui era arrivata la Giulia a Santo Fiore.—No, no, non poteva essere.—Era possibile.—Non era possibile.—In conclusione, andavano tutte d'accordo nel riconoscere che madame Fanny era un portento, una donna sublime.—E l'ampio scalone, perchè Lorenzo doveva portare la cassa nella camera di Lalla, risonò allora tutto pieno, assordato da quel chiaccherìo, da quella grande contentezza così giovanile e chiassosa.

Lalla fece mettere la cassa in piena luce, sotto la finestra; poi inginocchiandosi per terra accanto a Lorenzo, si provò per aiutarlo, graffiandosi le manine delicate. Lorenzo piano piano, con molto garbo, ma con una lentezza che urtava i nervi, prima colla tenaglia levò i chiodi più grossi, poi; adagio, ne sollevò il coperchio: quand'ebbe finito. Lorenzo fu addirittura buttato da una parte, e allora Lalla, la Nena, la Giulia e la Luigia, delicatamente, levando uno dopo l'altro i larghi fogli di carta bianca che erano stesi sull'abito, lo scoprirono nel suo intatto splendore. Lalla era diventata rossa, cogli occhi sfavillanti: la Luigia preso l'abito per la fodera della vita lo teneva sollevato, disteso, mentre colle dita dell'altra mano, dando alla veste certe scossettine vibrate, precise, ne faceva meglio risaltare la freschezza e l'eleganza. Giulia era in ammirazione, la Nena rimaneva estatica, miss Dill, inforcati gli occhiali sul naso, approvava gravemente, ma con convinzione, e la vecchia marchesa, che stava in disparte e che proprio bene non lo poteva vedere, esclamava tratto tratto:—O l'è na vea maavegia; o l'è na vea magnificenza!