—Quando ci sposeremo, Nena, farò arrivare da Parigi, anche per voi, un bel vestito come questo!—scappò a dire, strizzando l'occhio, quel burlone di Lorenzo. Ma non era il momento di perdersi a ridere: c'era troppo da fare. Lorenzo fu mandato via, e Lalla provò subito il vestito. Si spogliò in fretta, e intanto, finchè la Luigia le teneva sollevata la sottana perchè Lalla l'infilasse passandovi sotto col capo, risero tutte allegramente, vedendo quella sposina che, mezzo svestita, in gonnella corta, pareva ancora più piccolina:—pareva una Giovanna d'Arco in miniatura!…

L'abito le andava a perfezione, ma… ma davanti, sul petto, le faceva una piega di traverso, che non avrebbe dovuto esserci: una piega della quale madame Fanny non aveva forse tutta la colpa.—Giulia sorrise maliziosamente, e si accarezzò colle mani il seno rotondo e palpitante sotto la giacchettina di maglia scura.

—Bisognerebbe tirarlo un po' su; stringerlo di spalle—disse la Nena alla Luigia, fissandola per farle capire dov'era il difetto, ma senza spiegarsi di più, per non mortificare la padroncina.

—Avete un bel dire voi; ma io non mi arrischio…

—Non conviene—esclamò Giulia.—È cosa tanto di poco!—Allora, dopo lunga e seria discussione, si concluse di non toccarlo.

Lalla non disse mai una parola, aveva capito dov'era il difetto e pensava che, vestendosi all'indomani, avrebbe rimediato da sè.

In casa d'Eleda si pranzò, quel giorno, più presto del solito: prima dell'Ave Maria bisognava essere in chiesa per la Novena. Nemmeno Pier Luigi ci voleva mancare. Se gli piacevano le belle donnette, non era una ragione per essere eretico. E poi egli assisteva sempre con vero piacere alla conversione del sinistro nipote—il quale si avvicinava a grandi passi verso il centro, si avvicinava, e da rosso scarlatto s'era fatto d'un bel viola canonico, inondato com'era continuamente dallo sguardo azzurro della sua Lalla… dallo sguardo!

Ritornarono a casa tristi e muti. Nessuno aveva il buon umore delle altre volte: era quello un momento troppo serio e solenne.

Giorgio aveva poi un'altra ragione di essere melanconico: la grande felicità che abbatte e che sgomenta quasi come un gran dolore. Egli sentiva tutto ciò, e la sua tristezza era ben naturale; e Lalla che lo sapeva, a tratti faceva pure la mesta, quantunque forse, per il suo spirito di contraddizione, quella sera avesse addosso l'argento vivo ed una voglia matta di correre e di saltare. Durava una gran fatica a star ferma, e fra uno sguardo tenero e una paroletta dolce al fidanzato, usciva sotto il portico a ridere colla Giulia, o passava in tinello a dare ordini alla Nena. Ma prima di uscire dal salotto abbracciava la mamma sospirando, oppur stampava un bacione sonante sulle guancie del babbo, come per dire all'uno e all'altro:—A voi due vorrò sempre un gran bene.

Nel tinello s'incontrò una volta con Frascolini padre, che era venuto al Palazzo apposta per fare il suo dovere. Il pover'uomo pareva invecchiato di dieci anni: curvo, sfinito con una tossaccia di cattivo augurio. Era stata quella testa matta del suo figliuolo a ridurlo a quel modo; ma lui testardo, non lo voleva confessare, e così soffriva peggio, struggendosi dentro, senz'avere uno sfogo. A Lalla quell'incontro non fece nessuna impressione: solamente le ricordò Sandrino, e sentì un impeto di sdegno. Pure seppe frenarsi e gli domandò conto della sua salute, della vendemmia, dell'Amministrazione comunale, e anche di quel cattivo mobile che lo faceva disperare… e tutto ciò senza mai un tremito nella voce, sempre tranquilla, sempre disinvolta.