L'indomani Maria si alzò prestissimo; non aveva potuto chiuder occhio in tutta la notte. Era indebolita, aveva la febbre, tossiva, tossiva… Dio, Dio, come si sentiva male!

Si doveva celebrare il matrimonio religioso prima, poi il civile. Il religioso alle dodici del mattino, l'altro alle tre, per lasciar tempo alla sposa di mutare d'abito. Dopo, alle cinque, c'era il pranzo, al quale erano invitati anche don Gregorio, don Vincenzo, il sindaco… e finalmente gli sposi sarebbero partiti per il loro viaggio di nozze.

Lalla era ritornata seria, malinconica; per altro faceva tutti i suoi piccoli preparativi senza confondersi, senza distrarsi. Invece il conte Della Valle dimenticava tutti gli ordini che aveva da dare…

Maria era sfinita… non aveva più lacrime; ma Prospero ne sgocciolava anche per lei mentre, dopo aver spalmato di burro il pan fresco, lo inzuppava, gemendo e sospirando, in una tazza di caffè e panna.

La cerimonia religiosa non avrebbe potuto riuscire più commovente. La chiesa era stipata; il pubblico rumoreggiava curioso e pettegolo; ma quando don Gregorio unì indissolubilmente nel santo nome di Dio, in un nodo sacro, eterno, le due creature e le due anime, egli seppe trovare, benedicendole, parole così soavi da intenerire non solo gli sposi, Prospero Anatolio e i quattro commendatori, ma da suscitare in tutta quella gente una commozione viva e sincera.

In Municipio, invece, non si fece altro che ridere; si rise per i guanti bianchi di filo di Scozia e la sciarpa nuova che sfoggiava il signor Domenico, si rise della goffa ed impacciata importanza ch'egli si dava, e si rise più assai, quantunque tutti si sforzassero per contenersi, quando il signor Domenico, firmato l'atto, diede principio con voce altrettanto solenne quanto nasale, ad un discorsone proprio coi fiocchi. Era questo l'unico frutto ottenuto dalla sua unione colla dotta signora Veronica; ma, pur troppo, il sindaco di Santo Fiore, dopo quel giorno-, non potè più dire:—Chi ben comincia è alla metà dell'opera!—Il signor Domenico aveva cominciato benino il suo discorso, ma dopo i primi periodi incespicò, si confuse, mangiò le parole, e ne saltò mezzo, spaventato dagli occhietti bigi del duca Prospero, che lo fissavano con aria meravigliata.

Quando rientrarono in casa, la sposa si mostrò subito più disinvolta; era già in abito da viaggio: un abito grigio, attillato alla persona, che lasciava scorgere i fremiti della sua magrezza di sensitiva. I bei capelli, sciolti dalla noiosa corona di fiori di arancio, avevano ripreso il loro artistico disordine. Le guance, soffuse d'un leggero incarnato, le davano l'aspetto quasi di una bambina, e così era piacevolissimo il contrasto tra il suo visetto infantile e gli occhioni profondi e vellutati. Giorgio Della Valle la seguiva passo passo e pareva rapito in estasi. Egli non poteva credere che quella donnina tanto cara, tanto gentile, tanto aggraziata fosse proprio sua moglie. La guardava muto, estatico, senza saper dire una parola; la guardava lungamente, teneramente, supplicandola. Lalla invece, era affabile e affettuosamente chiacchierina con suo marito e con tutti quanti.

E Giorgio, sempre dietro, non la perdeva d'occhio un momento. Non viveva altro che col cuore, e il cuore è sempre l'eterno fanciullo!… Pieno di una beatitudine inquieta, guardava sua moglie a muoversi, a parlare, a ridere…—Sua!…—Era sua!

Una volta, mentre la seguiva, era stato trattenuto da uno dei quattro commendatori che gli annunciava la prossima nomina di Prospero a senatore; allora chiamò Maria per liberarsi dell'importuno e—Mamma! Mamma!—le disse—come mi sento felice.

In quanto a Prospero, per il momento non pensava a malinconie; gongolava tronfio fra il Senato del Regno e la Camera dei deputati.