Don Gregorio aveva vinto; aveva saputo far rinascere la speranza e tornare la calma nel cuore di Maria. Il dolore l'avrebbe uccisa a ogni modo, essa lo sentiva e lo bramava; ma adesso non vedeva più la sua tomba solitaria e deserta; le appariva invece sparsa di fiori e di ghirlande, come l'oasi prediletta della gratitudine e dell'amore. Quella missione di angelo tutelare infiammava, col misticismo che la involgeva, la sua immaginazione casta e poetica. Simile alla suora di carità che non abbandona il letto dell'infermo anche quando sente il contagio penetrarle nel sangue, Maria sarebbe rimasta coraggiosa, al fianco di Lalla, per riscaldarla colla sua propria fiamma, per riunire e confondere in uno solo, come il profumo di due fiori, l'amore di sua figlia e l'amor suo, facendolo alitare sulla cara esistenza di Giorgio colla perenne profusione di una corrente viva e benefica.
Quando il duca e gli amici ritornarono dalla stazione, don Gregorio se n'era già andato e Maria si fece scusare; nè la loro mancanza fu molto lamentata. Avevano tutti una voglia matta di ridere e di scherzare mentre bevevano il caffè colla chartreuse, in circolo, attorno al caminetto, riscaldandosi con una bella fiammata allegra e scoppiettante.
Ma più assai del caminetto era la contessina di Rocca Vianarda che riscaldava la brigatella. Ciascuno faceva con lei il galante e lo spiritoso, eccitato dal riso libero e sano della bella fanciulla, dagli arditi atteggiamenti, dalle forme ricche e tondeggianti. Chi per altro cominciava a perderci la misura era Prospero Anatolio, il quale pareva già confortarsi del distacco di Lalla. Egli aveva sempre qualche cosa da dire alla Giulia a bassa voce, nell'orecchio. La prendeva a braccetto e, colla scusa ch'essa era l'unica figlia che gli era rimasta, voleva abbracciarla; e una volta incontrandola tra due porte, all'oscuro, la strinse con tanta forza che la fanciulla, un po' seccata, gli disse respingendolo vivamente:
—Calma, calma, caro duca; stringete troppo per un padre e specialmente per un—santo padre!—Prospero Anatolio arrossì, confuso, e non ebbe più il coraggio di guardarla in faccia per tutta la sera, ma abbassando gli occhi, le rispondeva impacciato, quando la Giulia gli rivolgeva qualche scherzo o qualche piacevolezza, rincrescendole di averlo troppo mortificato.
Intanto miss Dill e don Vincenzo si erano dileguati, e con loro anche la vecchia marchesa.
Quando, suonata la mezzanotte, la riunione si sciolse e ognuno si ritirò nella propria camera, Prospero Anatolio non si coricò subito, ma si sdraiò vestito sulla poltrona, accanto al letto. Pensò alla Giulia, al suo fiero rimprovero, a quella nota di sarcasmo così pungente, alla figura ridicola ch'egli ci aveva fatto… e l'immagine della bella fanciulla gli era sempre viva dinanzi agli occhi. Sentiva ancora il calore del suo corpo; vedeva il riso della bocca umida, giovane coi suoi dentini che apparivano sfacciati fra le labbra rosse.
Quanto era bella!… Ah!… se lui fosse stato ancora un giovinotto, o un uomo piacente!
E col pensiero penetrava nella camera di lei, desiderandola, e non l'abbandonava durante la notturna toeletta… Per distrarsi volle pensare a sua figlia, ma anche lì mille immagini ribelli lo tormentavano…
—Signore Iddio benedetto, che cosa ho addosso questa sera!
Era stato lo champagne! ne aveva bevuto troppo!… Stette così qualche tempo ancora, poi si alzò risoluto e uscì di camera.