Allora Maria ritornò a piangere, ritornò a credere e a pregare: Iddio la consolava colla più cara delle sue promesse; e la morte sorrise alla povera donna come la sua ultima speranza, come il perdono e la pace.

XXII.

Nemmeno nei primi mesi della luna di miele la contessina Lalla perdette il suo tempo: no, no; anzi, quando Giorgio si abbandonava accanto a lei inebriato e inebetito, colle pupille stanche, ella apriva i suoi grandi occhioni, e attentamente studiava il marito per imparare il modo di guidarlo e di dominarlo. E già poteva chiamarsi contenta: c'era riuscita proprio bene. Quell'uomo, in apparenza tanto forte, non isfuggiva alle sue manine bianche e delicate. Con un sorriso o con una lacrima, con una preghiera o con un po' di malumore, coll'arte di saper concedere a tempo, e a tempo di saper negare, Lalla lo teneva legato alla propria volontà, con fili invisibili, ma tenaci.

Una volta, fu la prima ed anche l'ultima, egli tentò ribellarsi al giogo adorato, negandole risolutamente di accompagnarla alla messa. Lalla pregò, supplicò, pianse, tutto inutilmente. Vi andò sola, ma colle ciglia aggrottate, e ritornata a casa si serrò a chiave in camera sua. Giorgio ebbe un bel fare: quell'uscio gli rimaneva chiuso in faccia ostinatamente. Venne la sera, la notte, ma sua moglie, quantunque avesse paura a dormir sola, fu inesorabile, e l'indomani soltanto, quando il marito tornò pentito di chiesa, essa gli riaperse l'uscio e le braccia.

Dopo d'allora Giorgio cominciò a transigere con lei; e, si sa bene, le transazioni sono come le ciliege: la prima si tira dietro le altre.

Perchè doveva egli turbare la fede di sua moglie?… Appunto, se egli non credeva alla messa, poteva benissimo accompagnarla, come l'avrebbe accompagnata in qualunque altro luogo. Così, perchè non avrebbe mangiato di magro il venerdì ed il sabato?… O che?… il pesce non gli era sempre piaciuto?… Già, una donna libera pensatrice non l'avrebbe sposata, e nemmeno una dottoressa repubblicana; dunque doveva bene lasciarla fare e pensare a suo modo; e Giorgio intanto non si accorgeva che invece cominciava lui a fare e a pensare come voleva la moglie.

Del resto era una pietà piuttosto strana, quella di Lalla; essa credeva ciecamente in un Dio di manica larga, che perdona sempre, e si accomoda facilmente, e col guadagnare l'empio consorte alla fede non aveva dubbio di accaparrarsi l'indulgenza per il passato… e per l'avvenire. E il Della Valle di tutto questo non capiva nulla; e mentre sarebbe corso ad una nuova Mentana, se un'altra volta ci fosse stato da sciogliere col fucile la questione religiosa, chinava la fronte e le ginocchia dinanzi all'elegante clericalismo della bionda duchessina che lo aveva innamorato. Il conte Della Valle, che per il trionfo dei suoi principî avrebbe speso la vita, li sacrificava adesso ad uno ad uno, sotto l'arcana influenza delle carezze di Lalla.

Questa sua influenza per altro, essa non la esercitava soltanto in pro della Chiesa e delle istituzioni. La carità comincia da noi, dice il proverbio, e così faceva Lalla. Per esempio, volendo assicurarsi da ogni possibile birbonata che il Frascolini le volesse giocare, Lalla, a prevenire il pericolo, aveva raccontata e fatta credere a suo marito una storiella tutta d'invenzione, nella quale dipingeva Sandro come un matto, un farabutto che, perduta la testa, si era innamorato di lei, che s'era messo a guardarla sfacciatamente, a perseguitarla, seguendola ad ogni passo, finchè un giorno le scrisse anche una lettera. E siccome lei gliela fece restituire dal vecchio Ambrogio, senza neppure averla letta, s'intende, e con un solenne rabbuffo per giunta, lui la minacciò che, un dì o l'altro, quell'azione gliela avrebbe fatta scontare e… e il povero Ambrogio nella sua qualità di morto, naturalmente era obbligato a tacere!

A Roma, dove da tempo avevano stabilito di passare l'inverno, la contessa Della Valle spiccò non poco per la sua grazietta attraente, pei grandi occhi vellutati, per lo spirito fine, per la bella personcina sottile e flessuosa, per il sorriso a volte timido e modesto, a volte birichino, e per il tutt'insieme nobile e signorile. Anche a Roma continuarono a chiamarla la duchessina, ed era attorniata da uno sciame di adoratori che la corteggiavano con molta insistenza. Giorgio, da principio, era gelosissimo; ma Lalla, in poco tempo, seppe ridurlo alla ragione. Quando ritornavano da qualche festa, e liberati dalla presenza della cameriera, rimanevano soli, Lalla, mezzo spogliata, si sedeva sulle ginocchia del marito, che fumando l'ultima sigaretta sdraiato in una poltrona, si godeva a contemplarla. E lì fra carezze e baci e mille moine da gattina, essa circondandogli il collo colle braccia nude, che gli faceva ammirare e baciare, fissando sempre lei il numero dei baci, confidava al marito tutte le dichiarazioni ricevute durante la serata. Allora con quella monelleria tanto garbata e briosa, Lalla faceva la caricatura di tutti i suoi eleganti innamorati, mettendo in burletta il languore dell'uno e il fuoco dell'altro, imitandone il gesto, l'espressione, l'accento. Giorgio era contento e beato, perchè così acquistava la convinzione che quella cara e innocente bambina gli avrebbe contato sempre tutto, in ogni occasione e, in tal modo, senza una sorveglianza importuna, avrebbe potuto prevenire i pericoli; e Lalla era pure soddisfatta vedendo che il giuoco le riusciva bene.

Per ciò, e in breve tempo, ella si trovò affatto libera di andare, venire, stare e ricevere chi meglio le accomodava.