Giorgio era seccato, pareva sospettoso. Appena Lalla si metteva a discorrere col Vharè, egli diventava serio, stava attento, e subito, e non sempre con abbastanza disinvoltura, correva a mettersi in mezzo fra di loro. Lalla scorgendo quelle ansietà, quelle mosse, sorrideva impercettibilmente, più cogli occhi che colle labbra; capiva bene che suo marito, sicuro di tutti, di—quello lì—non lo era punto; capiva che—lì—egli presentiva il pericolo e con una logica tutta particolare, Lalla ne deduceva, per conseguenza, che il Vharè doveva valere molto di più degli altri; e nei colloqui notturni, quando essa rivelava al marito tutte le dichiarazioni ricevute nella serata, quelle del Vharè passavano sempre sotto silenzio. Anzi una volta che Giorgio le domandò con alquanta circospezione, per non turbare la sua innocenza, se il Vharè non aveva mai tentato di farle—un po' di corte—essa gli rispose tranquillamente, candidamente.

—No; mai.—Senti, Nino mio, ti assicuro, a te il Vharè è antipatico e ne avrai le tue buone ragioni, ma io l'ho trovato sempre cortese, rispettosissimo: dalle sue labbra non è ancora uscita una parola che possa parere una dichiarazione: dice sempre che potrebbe essere mio padre e, via, non ha torto, sai, perchè sembra più vecchio di te!… Insomma sta tranquillo, gelosone, nemmeno un briciolino di corte; nemmeno un briciolino così!…—alzando il braccio nudo, fuori dal candido accappatoio, mentre coll'altro si teneva stretta al collo del marito, gli mostrava, stringendo il pollice contro l'indice, l'ultima estremità di un'unghietta brillantata.—I tuoi cari amici, invece, i tuoi colleghi (sinistra, destra, ed anche la montagna!) a sentirli loro, si fonderebbero tutti in un partito solo, contro di te!—E Lalla rideva col suo riso schietto, squillante, baciandogli la bocca, gli occhi, i capelli che ella si godeva ad arruffare colle manine nervose. Giorgio era felice, imbambolato dall'amore e dalla voluttà. Egli, del resto, aveva troppa fiducia in sua moglie per temere il Vharè come seduttore, ma gli spiaceva un'apparente intimità con uno scapestrato di quella specie. Che poi il Vharè non avesse in animo di fare la corte a Lalla, egli ne era sicuro! anche per quell'altra sospetto che covava dentro di sè da tanti anni e che per quanto fosse un sospetto assurdo, ridicolo, pure non aveva mai potuto scacciare dalla sua mente. Per tutto ciò, il Della Valle inquieto ed incerto sul da farsi, non giudicava nè prudente, nè conveniente, il mettere alla porta il Vharè, vedeva con molto piacere, come un grande sollievo, avvicinarsi il giorno della loro partenza da Roma: così, senza pettegolezzi, senza dover imporsi, senza far scene, riusciva a liberarsi definitivamente da quell'importuno. Ma invece… invece, la bimba cara, aveva già fissato in quelle ultime sere, trovandosi sola soletta col bel marchese di Vharè, il giorno e l'ora in cui questi, salvando le apparenze, l'avrebbe raggiunta a Borghignano.

Tuttavia, per quanto Lalla fosse stata molto civettuola, non era andata più in là di un amoretto platonico, sentimentale; e le ragioni di questo fatto, assai importante, bisogna ricercarle in due farse ben diverse; una proveniente da Lalla, l'altra dal Vharè. Giacomo sentiva per la bella donnina una tenerezza soave, melanconica, che gli parlava al cuore, più che ai sensi, e di cui fin allora non aveva mai provata l'eguale; una timidità delicata e affettuosa. Se qualche volta si faceva troppo ardito, gli occhi di Lalla si facevano grandi grandi e lo fissavano timorosi ed egli allora, sorridendo, la chiamava—bambina—e rimaneva pago della simpatia idealmente affettuosa di quella creatura cara ed innocente.

In quanto a Lalla, il suo—no—era affatto istintivo.

La sua indole, il suo gusto delicato, la rendevano repugnante a tutto ciò che faceva perdere all'amore i poetici e interessanti colori della sentimentalità; tanto più, poi, che suo marito le voleva molto bene e glielo dimostrava molto, e perciò essa aveva il sangue calmo, e i nervi tranquilli. In quanto alla coscienza… Oh, era una coscienza che faceva sentir la sua voce sempre a proposito… per ammonire che il peccato cominciava appunto là, dove Lalla trovava per lo meno incomodo di dover arrivare.

Perchè una donna, come la duchessina, giunga a pronunciare l'ultima parola dell'amore, l'amante solo, per quanto avveduto e audace, non basta quasi mai; fa d'uopo il concorso di molte circostanze di tempo, di luogo e… e anche di temperatura. Circostanze varie, impensate, indefinibili; che la sorprendano nel cuore, nei sensi, nel capriccio, quando meno lo sospetta ella medesima, e le tolgano volontà e lena di combattere. Tutto ciò può accadere in otto giorni, può farsi aspettare mesi e mesi e, alle volte, può anche non capitar mai.

Dopo, finito l'incanto, o quel momento d'oblio appare come un punto nero, e allora resta isolato nella vita della donna che riesce con disinvolta facilità a dimenticarlo, oppure ebbe una scintilla, un lampo di elettricità luminosa, e allora essa ne popola il cielo del suo amore, colla profusione delle stelle che risplendono, nella cupezza serena di una notte bruna, dopo la tempesta.

Lalla ci teneva molto che il Vharè le facesse la corte; ma era stata presa dalla vanità, non dal cuore. Egli, più che altro, aveva per la duchessina le capricciose attrattive del frutto proibito; e l'antipatia ombrosa e paurosa manifestata contro di lui dal marito, ne accresceva il fascino. Ma Lalla, in presenza di Giacomo, era sempre padrona di sè, quantunque egli esercitasse su di lei una certa influenza; quantunque fosse l'unico che, sovente, la facesse impallidire e arrossire, inspirandole una soggezione strana, un orgasmo, una titubanza indefinibile, quasi paurosa. Ma erano fenomeni di poco conto, che la storditaggine stessa di Lalla bastava a dissipare.

La duchessina si sentiva contenta; le bastava di aver domato il suo Mefistofele. Più forte e più abile delle altre donne che col Vharè avevano tutto perduto, anche l'onore, per vederlo poi, stanco e disonorato, Lalla, con una sola parola, con una lusinga vaga, indeterminata, lontanissima, riusciva, conservando il proprio equilibrio, a tenerlo legato dietro al carro del suo trionfo.

Lalla non amava, ma voleva essere amata; non sentiva il bisogno di libare al calice dell'amore; ma il bel calice si godeva a tenerlo in mostra, fra le artistiche minuterie del suo salottino. Accresceva per lei il piacere dei balli, dei teatri, delle riunioni il sapere che là, come le altre, aveva il suo moderno cavalier servente, che l'aspettava ansioso, geloso, inquieto, innamorato. Tutti i misteri, le ipocrisie eleganti, l'impreveduto, il romantico ed anche il drammatico dell'amore e degli amori, la divertivano assai. Ma fino ad un certo punto; soprattutto non voleva commettere un passo falso e voleva conservare la propria libertà: non voleva perdere la propria riputazione e non voleva darsi un padrone.